Woody Allen fece ritorno a New York nel 2009 dopo la parentesi europea, dimostrando quanto l’aria di casa gli facesse bene. Tornava per girare o meglio scongelare dopo 30 anni e passa il film Basta che funzioni, in origine destinato all’attore Zero Mostel (1915-1977). Al posto di quel protagonista strappatogli al tempo di Io e Annie (1977) mise Larry David, attore ebreo dai grandi tempi comici, protagonista della serie Curb Your Enthusiasm.

L’atmosfera newyorchese riappare prepotente nel film e si fa quasi agente nella trasformazione dei personaggi: tutti trovano nella Grande Mela le risposte alle loro domande, la chiarezza che mancava quando erano assoggettati al loro ambiente originario.

Storia di trasformazioni, Basta che funzioni gravita attorno a quell’astro misantropo e solitario che è l’ex-scienziato Boris Yellnikoff, pura secrezione della cultura yiddish e della matrice ebraica newyorchese. In una commedia un personaggio simile non può essere che un magnete per i suoi opposti che ne vengono contagiati e modificano a loro volta il corso della vita del protagonista.

Nella fresca e ingenua Melodie Celestine (Evan Rachel Wood) c’è tutta l’ironia che una mente della East Coast può usare nei confronti dei Middle Americans. Al contempo questa ragazza solare e provinciale è carattere autonomo e stereotipo, non meno della madre “sublimatrice” o del padre che si scopre omosessuale verso il finale.

Brilla nel gruppo dei provinciali proprio la signora Celestine, la Marietta che ha il volto e la voce di Patricia Clarkson, attrice finissima. Con disinvoltura passa dalla frizzante, credente madre di famiglia del Sud alla disinibita artista fotografica dedita ad omaggi alla Lussuria, la cui costante è l’odio del genero e il desiderio di un nuovo compagno per la figlia.

Quest’enantiotropia interiore, così riuscita, ha come spazio naturale la New York illuminata dalle luci calde di Harry Savides, che ricorda le collaborazioni alleniane di Carlo DiPalma.

Film caloroso, non solo in senso cromatico, è uno dei meno disperati di Allen dove la solitudine viene limata dalla vicinanza tra figure improbabili. L’armonia della coesistenza, l’aperture verso gli altri sono concepite anche nei confronti del pubblico, direttamente chiamato in causa come accadeva anche in Io ad Annie, in cui Allen stesso dirigeva il suo sguardo al pubblico ed esprimeva la sua malinconia.

L’opera d’arte, dice Saba, è sempre una confessione e in quanto tale vuole un’assoluzione: non è diverso il discorso per Allen. Questo suo protendere verso di noi spettatori è il suo modo di esporsi e chiedere perdono, nel nome di quel senso della vita e dell’esperienza che a lui è ignoto ma basta che funzioni. In fondo, il cinema è un ibrido tra industria e arte con cui si lavano i propri panni sporchi, come giustamente affermato da Paul Schrader.

Antonio Canzoniere

 

Rispondi