Il 20 Marzo 1979, esattamente 40 anni fa, a Roma veniva assassinato Carmine “Mino” Pecorelli, giornalista e fondatore del settimanale ‘Osservatore Politico’ (OP).

Il giornalista molisano viveva e lavorava a Roma dall’inizio degli anni ’60, dove in un primo momento ricoprì un ruolo al Ministero del Lavoro, salvo poi diventare giornalista a tempo pieno, prima collaborando con “Nuovo Mondo d’Oggi”, e successivamente fondando nel 1968 l’agenzia di stampa OP, che diventerà una rivista settimanale nel 1978.

Nell’editoriale del primo numero Pecorelli chiariva quale sarebbe stato l’indirizzo della rivista con queste parole:

“…Il nostro non sarà un settimanale radical chic in carta patinata, non vi saranno foto di belle signore, natiche abbronzate, dibattiti culturali o recensioni di libri, di cinema, di televisione. Queste cose le troverete altrove: noi conserveremo l’austerità, il taglio e la serietà della nostra informazione.

Parleremo di fatti, di risvolti segreti, di indiscrezioni e retroscena che non leggerete mai nei giornali in attesa delle provvidenze legislative…” (editoriale completo dal minuto 19:38 al minuto 21:21 della puntata del 25 Marzo 1988 di Telefono Giallo diretto da Corrado Augias)

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Una copertina di Osservatore Politico

All’atto pratico tuttavia la rivista non si poteva definire realmente ‘austera’, visti il tono allusivo e l’uso di un lessico volutamente criptico, proprio dello stile di Pecorelli. La rivista aveva scarso seguito ed era sconosciuta ai più, ma le inchieste svolte dal redattore avevano l’attenzione di quasi tutto il mondo politico, specialmente di quello democristiano con il quale il giornalista molisano aveva frequenti contatti. Nel corso del tempo venne querelato da quasi tutti gli esponenti politici che era solito attaccare, anche se nella maggior parte dei casi la denuncia veniva in seguito ritirata dal querelante stesso.

Pecorelli non godeva di una buona fama tra i suoi colleghi giornalisti, i quali lo consideravano solo uno strumento dei servizi segreti italiani.

In effetti i contatti del cronista con una parte dei Servizi risultano innegabili, per la precisione con lo schieramento che faceva capo a Vito Miceli, fedelissimo di Aldo Moro, che era contrapposto a quello facente riferimento a Maletti, vicino ad Andreotti.

Questa sua prossimità all’ambiente dei Servizi gli permetterà di pubblicare articoli e inchieste che anticipano di anni diversi scandali oppure contenenti informazioni che solo dopo decenni sarebbero state ritenute attendibili (come ad esempio il ritrovamento nel 1990 di una seconda edizione del Memoriale di Aldo Moro, di cui Pecorelli aveva denunciato subito l’esistenza).

Quello che poteva sembrare un organo di stampa completamente asservito si rivelò ben presto di contro una scheggia impazzita, fino a giungere a più riprese anche all’attacco dei suoi informatori pur se importanti come lo stesso Miceli, dimostrando così di non voler servire nessuno in questo gioco di potere. Evidentemente in poco tempo la sua figura risultò decisamente scomoda per qualcuno, che decise di eliminarlo.

Le indagini della procura furono a dir poco vaghe e infruttuose. La casa e lo studio della vittima vennero perquisite a poche ore dal fatto, da un numero indefinito di agenti che prelevarono quasi tutti i dossier, ma ne repertarono solo una parte. Nel 1981 la Commissione Speciale Parlamentare per la P2 ritrovò diversi scatoloni non sigillati contenenti in ordine sparso documenti riguardanti il caso Moro, appartenenti a Mino Pecorelli. Quest’ultimo era infatti membro della loggia massonica di Licio Gelli dal 1971, appartenenza senz’altro utile per l’accesso a numerose “fonti” riservate.

Le ipotesi avanzate nel tempo sul perché il fondatore di OP sia stato assassinato sono molteplici e spaziano da un poco probabile coinvolgimento delle Brigate Rosse, alla certezza che il giornalista fosse in possesso di documenti scottanti riguardanti persone molto potenti (c’è chi dice sul passato controverso di Licio Gelli, altri di Andreotti).

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Giulio Andreotti e Licio Gelli

L’ipotesi più verosimile è quella di un coinvolgimento nel caso dello scandalo dei petroli, scoppiato in una prima fase nel ’74 e in un secondo momento agli inizi degli anni ’80.

Fu un funzionario del SID, Augusto Ciferri, nel 1974 a rendere pubblici gli illeciti a carico di alcuni esponenti del governo italiano con la Libia, scoprendo un dossier redatto per ordine di Andreotti nel 1971 ma tenuto segreto per motivi ignoti.

Il maresciallo Augusto Ciferri morì anche lui nel 1979, ad ottobre, a seguito di incidente stradale dalla dinamica poco chiara. Non verrà mai effettuata l’autopsia sul corpo.

A distanza di 40 anni questo crimine, come tanti altri degli anni ’70-’80, è rimasto insoluto, nonostante numerosi processi a carico di Andreotti, nella presunta veste di mandante, e di Gaetano Badalamenti, noto boss mafioso, come esecutore, tutti conclusi con l’assoluzione dei due imputati.

Enrico Izzo


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