1000 giorni di Brexit

1000 giorni. Come le mamme che non si arrendono a tradurre in termini immediatamente comprensibili i 18 mesi del proprio figlio, torniamo a parlare di Brexit in questi termini che corrispondono all’esatta distanza che separa il 23 giugno 2016 al 20 marzo 2019, un po’ perché non sembra esser passato tutto questo tempo dal voto, un po’ perché i media non ce ne hanno fatto sentire la mancanza nemmeno per un minuto e i toni della vicenda si sono sempre tenuti ben al di sopra di quelli che ci saremmo aspettati dalla politica britannica.

Il primo evento scioccante è stato senza dubbio la morte di Jo Cox, laburista per il remain, martire involontaria di una campagna in cui era diventato normale paragonare sottilmente l’Unione Europea alla Germania nazista. Una settimana dopo, il “Leave” vinceva il referendum con il 51,9% dei voti e abbiamo scoperto che Sheffield, Bristol e Sunderland non sono Londra e non condividono la sua vocazione globale. I primi giorni sono stati quelli della sterlina giù in picchiata, delle analisi sull’economia e dello sconcerto per un risultato che non sembrava possibile. Scoprimmo allora anche che a votare per la Brexit furono soprattutto anziani, coloro che ricordavano i tempi del primo boia dell’euroentusiasmo del Regno Unito, ovvero Margaret Thatcher e il suo “We want our money back” che somiglia tanto al “Let’s take back control” che campeggiava sui bus di Londra dei brexiteers. I giovani nati e cresciuti all’interno dell’unione europea, in cui il sentimento di alterità rispetto ai vicini non è forte come nei genitori e nonni, hanno scelto di restare e questo creerà problemi per il loro futuro, che dovranno ripensare in virtù di una scelta che non è stata loro. È stato subito chiaro che al problema demografico si aggiungeva un più grande problema geografico. In Scozia infatti il remain ha nettamente vinto e il primo ministro scozzese Sturgeon, già promotrice del primo referendum sull’indipendenza scozzese, non ha perso tempo nel sottolineare la totale adesione della Scozia all’ideale unitario e a invocare un secondo referendum sull’indipendenza. Dopo i primi giorni di totale panico, una piccola ripresa dell’economia ha ridato linfa vitale alla finanza londinese e ha dato modo agli “exiteers” di tutta Europa di rivendicare il successo dell’operazione e a sponsorizzarla nei propri paesi. Era tornata la calma ma non la lucidità a quanto pare. Nell’urgenza di trovare nuovi mercati di sbocco per le merci e i servizi della regina, degli ufficiali del governo nonché brillanti talenti diplomatici hanno pensato a un piano rivolto ai paesi del Commonwealth ed ex colonie britanniche e l’hanno ufficiosamente chiamato “Empire 2.0”. Respinti con perdite.

Il secondo anno di Brexit parte con le elezioni indette da Theresa May per rafforzare la maggioranza. Inutile dire che la scelta si rivela funesta, la maggioranza si indebolisce e perde seggi alla House of Commons a pochi giorni dall’inizio delle negoziazioni sulla Brexit. Intanto si arricchisce il dizionario di Brexit con “Brexodus”, ovvero la fuga di aziende, banche e capitali privati dalla City verso le altre capitali finanziarie d’Europa. Particolare il caso della Dyson (elettrodomestici) che ha recentemente deciso di trasferire la sua sede da Londra a Singapore. Piccolo particolare: il fondatore James Dyson è un entusiasta sostenitore del leave. L’inizio del referendum fa uscire allo scoperto tutte le criticità. Ci si interroga sul futuro dei cittadini comunitari, sul commercio e sui confini con Irlanda (e relativi problemi storico-politici) e Spagna (Gibilterra). Ci si interroga forse troppo e male, quando in un eccesso di copertura sulla vicenda veniamo a conoscenza dei pacifici pinguini delle Falkland minacciati dalla Brexit senza nemmeno interpellarli. Tutto questo interrogarsi non ha comunque prodotto tutte le risposte necessarie e in quasi due anni di negoziato si sono raggiunti livelli di isteria sempre crescenti. Boris Johnson e i Tories a lui più vicini sono stati impegnati a parlare di Magna Carta, Praemunire e a sciorinare il loro latino da scomunica diretta alla ricerca di istituzioni britanniche sempre più antiche e sempre più oscure da poter opporre all’operato del premier, i Labour hanno cercato di capire per due anni se un secondo referendum fosse o meno una strada percorribile ed entrambi hanno nel frattempo votato contro l’unico controverso accordo trovato tra UE e Theresa May principalmente a causa dell’annosa questione del backstop, ovvero del confine non rigido tra le due Irlande. Il 29 marzo scadranno i termini del negoziato e tecnicamente il Regno Unito non sarà più parte dell’Unione Europea. Tuttavia l’ultima votazione della House of Commons sentenzia l’impossibilità di lasciare l’Unione senza un accordo e costringe quindi il premier a trovarne uno che tutte le parti considerino valide allungando i tempi (Unione Europea permettendo). Uno stallo quasi impossibile da superare ma facilmente esplicabile risalendo alle origini del referendum. Va ricordato infatti che il contesto in cui il referendum fu istituito da David Cameron era quello di una rinegoziazione del ruolo del Regno nell’Unione Europea e la consultazione doveva essere usata come spauracchio dal governo per ottenere condizioni più favorevoli da Bruxelles. Che motivo c’era di approfondire il discorso riguardante la strategia di uscita quando non si pensava minimamente a essa come obiettivo e risultato finale? La realtà è arrivata sotto il nome di “Articolo 50” dei trattati sull’Unione Europea e ha creato un corto circuito evitabile con un minimo di precauzione.

La vicinanza con il continente non è una questione da poco, e per quanto lo desiderino molti suoi abitanti, l’isola non può salpare verso altri lidi. In caso di Brexit invece il Regno Unito si troverà a dover “tornare nel mondo” questa volta da solo, rincorrendo mercati piccoli (Australia, Canada etc.) o ultraprotezionisti (India e in minor misura Cina) dopo aver lasciato il più grande blocco commerciale al mondo, e a dover mettere alla prova per la prima volta la rischiosa proiezione che ha di sé mai mutata negli ultimi quattro secoli, quella di una potenza globale. Basterà crederci?

Joel Paqui


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