La giornata di Venerdì 15 marzo purtroppo non sarà ricordata solo per lo storico sciopero degli studenti in tutto il mondo, ma anche per un altro fatto di cronaca che si contrappone con tutta la sua oscurità alla gioia delle piazze.

“Uno dei giorni più bui della storia della Nuova Zelanda” afferma evidentemente turbata la prima ministra Jacinda Ardern, davanti alle telecamere e milioni di cittadini in ascolto. Quarantanove morti e quarantadue feriti sono stati il bersaglio di due attacchi terroristici avvenuti nelle due moschee di Al Noor e Linwood per mano di un commando, formato da tre uomini e una donna, guidato da Brenton Tarrant. La dinamica degli attentati rientra perfettamente nello schema di terrorismo suprematista bianco che negli ultimi decenni ha visto vittime non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti.

Entrare nella psicologia di questo attentatore significa immergersi in quel mondo pieno di simbolismo e richiami storici che visiti dall’esterno in una visione di insieme lasciano una sensazione inspiegabile e difficile da descrivere. Ridurre l’ideale che lo ha spinto a compiere quel gesto ad una malattia mentale o a un atto compiuto da un “pazzo” non rende dignità alle vittime e non permette di capire veramente quanto il fenomeno sia culturale. Inquietante in questa vicenda è come la meme culture e terrorismo si mischino: il terrorista, poco prima dell’attentato, aveva pubblicato il suo Manifesto e il suo arsenale su 8chan, una piattaforma conosciuta per lo scambio di immagini senza la censura di altri social e per questo luogo di incontro per suprematisti e neonazisti. Ieri inoltre aveva dato notizia sulla board /pol/ di 8chan dell’attentato lasciando anche il link della diretta facebook. Gli stessi messaggi sono stati lasciati anche su twitter. A rendere il tutto ancora più assurdo sono le canzoni ascoltate dall’attentatore prima e dopo l’attacco. Prima Brenton ascolta “Remove Kebab”, divenuta famosa sui social per i vari meme creati su di essa, ma che nella realtà è dedicata all’estremismo nazionalista serbo degli anni novanta. Tornato in macchina dopo l’attentato, ha ascoltato un remix, sempre diventato famoso sul web tramite meme, dell’inno dei Fallschirmjäger, i paracadutisti della Luftwaffe durante il Terzo Reich. Il suo arsenale, pieno di scritte bianche, diventa non solo il mezzo per compiere il terribile atto, ma anche il modo per dedicarlo ai nomi e alle date scritti su di esso. La maggior parte dei nomi possono essere ricondotti a condottieri, soldati o sovrani che hanno combattuto nelle crociate contro i turchi e musulmani. I riferimenti vanno da quelli più lontani come la Battaglia di Vienna del 1683, che vide la confederazione polacco-lituana insieme al Sacro Romano Impero contro gli Ottomani, a quelli più vicini come la strage di Luca Traini.

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Il suo manifesto di settantaquattro pagine, chiamato La Grande Sostituzione Etnica, denuncia una sostituzione etnica, culturale e razziale vista come genocidio bianco. Le sue azioni non vengono considerate attacchi terroristici, ma secondo lui sono veri e propri atti di partigianeria contro un nemico che occupa il proprio paese. Nelle pagine inoltre afferma di non odiare tutti i musulmani, solo quelli che non se ne restano a casa loro e i ‘bianchi’ convertiti che disdegnano la propria cultura e radici diventando traditori del proprio sangue. Tra i suoi idoli Trump e Breivik, mentre vuole morti Angela Merkel, Erdogan e il sindaco di Londra. Ovviamente tra i nemici troviamo anche i comunisti, le NGO, la tassazione che non deve essere pagata se il proprio paese delibera politiche anti-bianchi e lo Ius Soli.

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Dire che i gesti di Tarrant, Breivik e tanti altri siano gesti isolati permette di nascondere tutta la cultura tossica presente intorno a noi. Se attenti, tra le sue affermazioni nel manifesto possiamo riconoscerne tante pronunciate da politici nostrani, che pur non definendosi apertamente razzisti urlano ad invasioni e sostituzioni razziali.

Ancora oggi Breivik, attentatore che nel 2011 uccise settantasette persone in Norvegia, entra nelle aule di tribunale facendo il saluto nazista. Consapevole che, nonostante il carcere e la condanna, dietro di lui esiste un intero sistema nascosto pronto a seguire le sue orme.

Jovana Kuzman


Bibliografia:

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