Nel post ‘68 vince la borghesia e il cinema prova a raccontare lo scacco subito dall’ideale libertario del dopoguerra con film il cui carburante è il Corpo e l’obiettivo è lo shock. Tentativo certo non da poco e condotto con ostinazione, a volte anche compiaciuta, a volte sincera o disperata.

In Francia e in Italia soprattutto intellettuali e registi giocano le ultime carte, prima che i loro sforzi vengano resi cibo per critici e accademici, lontano dal pubblico o da quegli aficionados che torneranno in seno alla maman Bourgeoisie.

La libertà sessuale e di costume, anche senza la lettura dei testi della scuola di Francoforte, aveva avuto un forte influsso sulla generazione degli anni ‘40. Aveva reso moltissimi di quei giovani, spesso e volentieri, degli sbandati.

Su questi gruppi in penombra, dove non era arrivata la pura ideologia marxista, era giunta quantomeno una vibrazione dei moti eversivi e delle scosse che avevano attraversato la gioventù europea. Nel 1974 Bertrand Blier (1939) era già regista di tre film e autore di un romanzo che di questi sbandati trattava seguendo la strada del racconto picaresco.

Adattò il soggetto per il grande schermo scegliendo le facce giuste, ricorrendo ad un montaggio ellittico, puntando sugli spazi della provincia francese. Il film Les Valseuses (I santissimi in italiano) ruota attorno ad una coppia di amici randagi: Jean-Claude, un Gerard Depardieu (1948) energico, bestiale, che si crea un biglietto da visita per le future interpretazioni sotto la regia di Maurice Pialat; Pierrot con il fisico di Patrick Dewaere (1947-1982) che tra i due è quello più inquieto, febbrile, sofferto.

I santissimi hanno ritmo jazz nel sangue: in un film umorale come questo, che va in sincrono con i suoi protagonisti, la narrazione procede con passo mutevole, seguendo gli incontri del duo, accordandosi con l’atmosfera del momento. Se Louis Malle, l’elegantone tra gli autori della Nouvelle Vague, citava il jazz nel contesto di una grammatica visiva curatissima e classica, Blier fa del jazz con il montaggio, supportato dal violino di Stéphane Grappelli.

La velocità delle fughe tragicomiche dei protagonisti è infatti distante dal tono elegiaco, commosso che ad un certo punto attraversa il film: Jeanne Moreau (1928-2017) entra in scena nel ruolo di una galeotta appena uscita di prigione ed impone il passo pensoso e malinconico del suo personaggio (L’importanza della Moreau sul ritmo del film era stata notata già splendidamente da Terrence Rafferty nell’articolo “Remembering Jeanne Moreau” (16 agosto 2017), sul sito della Criterion Collection). La sua presenza è pervasiva, mette in scacco i due protagonisti che ne sono rapiti, li conduce ad un rapporto a tre che diventa una sorta di versione oscura del triangolo del più casto film Jules e Jim (1962).

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Questo incontro, però, non è che una parentesi, seppur tenera e amaramente vissuta: i due possono subito ripiegare sulla loro Marie-Ange, shampista vogliosa e col corpo di Miou-Miou (1950) o su una ribelle e giovanissima Jacqueline (Isabelle Huppert) in vacanza con la famiglia, che non aspetta altro se non l’esperienza e la perdita della verginità.

In questo film libertino la ricerca dei protagonisti s’incentra su una vita ideale fuori dai binari della responsabilità, della famiglia, del lavoro: sono bambini i cui istinti sono amplificati dalla coscienza della sessualità. Non si pentono però dei loro misfatti: sono guidati solo dalla vitalità che è voglia di vivere e soffre ogni possibile ostruzione. Nella loro bussola mentale, il Nord è il Piacere.

Les Valseuses è un film legatissimo ai suoi tempi, ad alcuni potrà anche sembrar datato, ma con una leggerezza ferina di cui troppo ci si è scordati. Non indifferente per il successo del film è l’affetto con cui Blier raccontò la storia di questi anti-eroi della strada: il pubblico francese lo sentì a pieno e portò il film al terzo posto nella classifica del box office d’Oltralpe nel 1974. A superarlo v’erano il porno soft Emmauelle e Robin Hood della Disney.

Antonio Canzoniere

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