A love letter to Bernie Sanders

“I’m Running”.

Due parole sono bastate a Bernie Sanders per annunciare la campagna presidenziale del 2020 e scatenare il panico tra i Millennials americani. Per chi non avesse mai sentito il nome di questo signore, farò un breve excursus storico sulla vita del futuro candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti.

Newyorkese di Brooklyn, si laurea in scienze politiche all’Università di Chicago, dove entra in contatto con il “Civil Rights Movement” e con altri movimenti liberali. Il suo attivismo politico lo porterà ad organizzare un sit-in davanti all’ufficio del rettore del suo college nel 1962, a farsi arrestare dalle guardie durante una manifestazione nel 1963, e a marciare su Washington, a un paio di metri dal Dr. King, nello stesso anno. Con il passare degli anni e l’avanzare dell’età, Bernie ha deciso di dare una regolata alla sua vita di “rebel with a cause” ritirandosi nel verde Stato del Vermont, che l’ha eletto Senatore nel 2007.

Adesso potrei raccontarvi di come i giovani democratici americani hanno accolto Bernie Sanders nell’Olimpo dei grandi quando, del 2015 si è presentato per la prima volta alle primarie contro Hillary Clinton, ma dai social e dagli articoli di quei giorni era facile intuire la portata del “fenomeno Bernie”.

Quello che farò invece, è raccontare della Sanders-mania dal mio punto di vista; quello di una pischella, romana di nascita ma dal cuore yankee, che ha sempre osservato il mondo e la politica americana, dall’altra parte dell’Oceano.

Io nel 2015 ero a New York, durante una delle estati più calde che la città avesse mai conosciuto, sia climaticamente che politicamente parlando.
Nella roccaforte democratica della East Coast per eccellenza, si avvertiva la preoccupazione per la fine del mandato di Obama sia tra gli anziani del Village, che tra gli hipster di Williamsburg. Chi avrebbe mai potuto sostituire ed eguagliare il primato storico che era stato stabilito dal 44º Presidente americano, A.K.A colui che è riuscito trainare gli Stati Uniti fuori dalla fossa dalla seconda Grande Depressione del 2008?

Sinceramente quell’estate, le mie preoccupazioni più grandi erano comprare alcol da 7-Eleven ed entrare gratis ad una festa a Manhattan. Al ritorno in Italia però, portai con me i ricordi di un Paese che si preparava allo scontro delle primarie come solo l’America sa fare. Ogni partito sfoderava le sue armi migliori, e le vantava in giro: le giovani promesse della politica statunitense stavano scendendo in campo.

Tra tutti questi nomi, fui colpita da uno in particolare: Bernie Sanders.

Bernie non era il tipico candidato democratico, anziano, e legato ai giorni d’oro del partito; era un outsider di 75 anni con un animo da Millennial e un passato politico da veterano. Era il candidato perfetto per rappresentare quella che Nanni Moretti chiamerebbe “la minoranza”.
Una minoranza, che con il passare del tempo si rivelò composta da un massiccio endorsment sia nazionale che internazionale, che coinvolgeva tutti quelli che, come me, vedevano in Bernie l’unico in grado di sconfiggere la minaccia arancione e di raccogliere il testimone di Obama in un colpo solo.
Il 2016 si risolse invece in un deludente scontro alle primarie, che vide la Clinton vincitrice contro Sanders, con uno scarto fittizio, e un’umiliante sconfitta del partito democratico da parte di Trump nel novembre dello stesso anno.

I democratici temevano che Bernie fosse troppo estremista e apertamente socialista (parola che spaventa gli americani dai tempi della guerra fredda), e avevano deciso di non rischiare la leadership presidenziale, puntando sul loro  candidato “sicuro”.
Oggi i numeri dicono che con un maggiore appoggio interno del partito Bernie ce l’avrebbe fatta. In pratica se i democratici non si fosse tirati indietro, oggi non dovremmo discutere se sia giusto o meno credere al cambiamento climatico.

Ma, a 2/4 dalla fine dell’incubo Trump, Bernie torna in battaglia come un vero guerriero che non abbandona il campo e che ha fiducia nel suo esercito.

Quello che mi ha colpito in lui, fin dal primo momento, è come sia diventato un simbolo per tutti quegli americani che, quella sera dell’8 novembre 2016, sentivano di non avere più qualcuno in cui credere.

Il simbolismo, del resto, l’aveva notato lui stesso, quando un uccellino aveva interrotto un suo comizio posandoglisi accanto, e facendogli guadagnare il soprannome di “Birdie Sanders” (Portland, 25 marzo 2016).
Forse quell’uccellino l’aveva capito già che l’America aveva bisogno di un ribelle come Bernie per ritrovare il suo equilibrio.

Questo fa del 2020, l’occasione decisiva che hanno gli Stati Uniti per tornare ad essere quel Paese-guida, nato sul principio della libertà e della democrazia.

Quindi, cari gringos,quando voterete alle prossime elezioni, pensate al candidato che può garantirvi un futuro in cui credere.

Benedetta Agrillo

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