La paura dell’abbandono: come spiegarla in termini evolutivi

“Eloi Eloi, lema sabactani?”. Vangelo secondo Marco, capitolo 15 versetto 34. Sono le parole che Gesù pronuncia in punto di morte sulla croce e significano: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Gesù si sente lasciato solo, abbandonato, appunto, prova dolore e mette in dubbio la presenza di Dio.

La paura dell’abbandono è qualcosa che ha sperimentato sicuramente ognuno di noi almeno una volta nella vita. E’ probabilmente una delle paure più forti e radicate. Consiste fondamentalmente nel timore di essere lasciati soli, di perdere il legame affettivo con una delle nostre figure di riferimento. Quando avvertiamo la possibilità di distacco, ci sentiamo incerti, insicuri, privi di punti di riferimento, di attenzioni e di cure. A volte questa paura può tramutarsi in un vero e proprio disagio, un’angoscia che caratterizza la vita dell’individuo, il quale privato della vicinanza di una figura di riferimento si sente incapace di far fronte alla propria sopravvivenza, privo di risorse necessarie per prendersi cura di sé stesso.

Se guardiamo all’origine della parola “abbandono” troviamo che deriva dal latino ‘abandònum’. La più verosimile etimologia è quella che trae questa voce dall’espressione francese ‘bandon’ nel senso di mettere al bando, vendere al bando, da dove deriva l’idea di rilasciare, dare in balìa. Un’immagine terribile, quindi, di cui si può intuire il peso, disegnato sull’angoscia non solo di essere lasciati soli, ma di essere, addirittura, venduti, dati via.

Se intendiamo l’abbandono come distacco, il primissimo episodio al quale noi tutti siamo stati sottoposti è il parto, la nascita. Anche se di per sé la nascita è un evento normale, quello che il bambino subisce durante il distacco dal ventre materno è un vero e proprio “trauma”. C’è una profonda connessione tra nascita e morte nel nostro inconscio: dopo 9 mesi di gestazione il feto “muore” come animale acquatico unito in modo fusionale alla madre. Il travaglio implica, anche per il feto, una serie di esperienze intense e drammatiche: nella prima fase del parto il suo equilibrio originario è compromesso da alterazioni di tipo chimico e, in seguito, dalle contrazioni meccaniche dell’utero, sebbene quest’ ultimo non si sia ancora dilatato. In questa fase non sembra esserci via di scampo, le contrazioni bloccano l’afflusso di sangue e di ossigeno, così come di cibo e calore. Il feto non ha più punti di riferimento e tende a ricordare questo periodo con ansia, come sottoposto a continuo pericolo di morte. Successivamente diventa attivo, combatte, si sposta, lotta per la sua sopravvivenza. Una volta nato, gli ultimi importanti episodi: il pianto liberatorio, il primo respiro e il taglio del cordone ombelicale che sancisce il definitivo distacco dalla madre.

Torniamo alla paura dell’abbandono vero e proprio; una paura così dominante e presente nell’essere umano e non può essere spiegata in termini evolutivi? Può avere un’origine precisa?

Il senso dell’abbandono è una delle paure più primitive, è una reazione innata di tutti i mammiferi e in particolare dell’essere umano. Questo, probabilmente, perché siamo naturalmente portati a contrastare l’abbandono. La capacità degli essere umani di stabilire relazioni, capacità nettamente superiore a quella di tutte le altre specie, ci ha consentito, nel corso dell’evoluzione, di cooperare fra noi e di ottenere la maggior parte dei risultati creando solidi legami di attaccamento. Siamo animali sociali. Il primo e principale legame di attaccamento è quello nei confronti della madre o, più generalmente, di chi si prende cura di noi nei primi anni di vita. In un certo senso la natura ci ha dato la “capacità” di soffrire per il distacco dalla propria figura di riferimento, così da motivarci a ritrovarne la vicinanza e, quindi, aumentare la possibiltà di sopravvivenza. Contrastare l’abbandono significa arginare la possibilità di morte. Non scordiamoci, infatti, che inizialmente la nostra sopravvivenza dipende in tutto e per tutto dalle cure degli adulti e che la nostra specie è quella in cui i piccoli hanno il periodo più lungo di dipendenza dagli adulti, prima di essere in grado di prendersi cura di sé stessi.

Pensiamo un attimo al Riflesso di Moro e al Riflesso della suzione. Partiamo dal primo: il Riflesso di Moro prende il nome da colui che per primo lo ha descritto, Ernst Moro, medico pediatra austriaco. E’ uno dei riflessi primari del bambino alla nascita che vengono definiti “riflessi neonatali” e gli servono per affrontare il mondo rispondendo a specifiche istanze di sopravvivenza. Si articola in due momenti: la prima fase coincide con il soprassalto o il trasalimento del neonato e si assiste alla brusca estensione degli arti superiori con apertura delle mani e delle dita. Nella seconda fase si verifica una reazione di aggrappamento, cioè una lenta flessione degli arti superiori sul tronco, con chiusura delle mani a pugno. Questa reazione istintiva si verifica quando il bambino:

  • Non percepisce nessun punto di appoggio;
  • Subisce un brusco cambiamento di posizione;
  • Ha l’impressione di non avere un sostegno sotto la schiena;
  • Sente un suono inaspettato

Il riflesso di suzione è invece quello che permette al neonato la sua alimentazione: stimolando la zona mediana delle labbra con un dito, il bambino apre la bocca con piccoli movimenti introduce la punta del dito in bocca ed attua la suzione.

Questi sono due esempi di come naturalmente, istintivamente ricerchiamo la nostra figura di appoggio.

Il bisogno di cure e di nutrimento d’amore per animali sociali come noi sono, quindi, fondamentali.

Harry Harlow, uno psicologo statunitense noto per le sue ricerche sull’affettività, condusse un esperimento crudele ma illuminante, volto a dimostrare, appunto, che il contatto fisico rassicurante e protettivo di una figura di riferimento rappresenta un bisogno basilare e imprescindibile per lo sviluppo psicofisico dei piccoli, bisogno talmente vitale da poter essere messo sullo stesso piano di quello di nutrimento fisico. L’esperimento di Harlow venne condotto negli anni ’50 quando questioni come l’attaccamento madre-bambino erano ancora ai loro albori nella psicologia. Alcuni cuccioli di macaco rehsus vennero deprivati dal calore della loro madre e messi in isolamento in una fredda gabbia con due mamma surrogate: una di metallo elargiva latte caldo; l’altra, di pezza, era morbida ed accogliente ma incapace di nutrire. La domanda iniziale era: “il cucciolo riverserà il suo affetto verso chi lo nutre o verso chi lo coccola?”. Si osservò che la scimmietta rimaneva tutto il tempo abbracciata alla “madre di pezza”, quando aveva fame correva dalla “madre di ferro” e succhiava in fretta e furia il suo latte, per poi tornare dalla prima.

Renè Spitz, invece, psicoanalista austriaco, sempre sul tema della deprivazione materna ed emotiva, osservò i suoi effetti sullo sviluppo del bambino. In particolare condusse alcune ricerche negli orfanatrofi e notò che i neonati nutriti ma deprivati delle cure delle madri si lasciavano morire. La “depressione anaclitica” era il termine da lui proposto per descrivere la reazione di un bambino alla separazione: dolore, rabbia e apatia dovuti alla deprivazione emotiva (la perdita di un oggetto amato).

Nel 1959 lo psicologo Abraham Maslow, ispirandosi anche agli esperimenti di Harlow, propose un modello dello sviluppo umano basato su una “gerarchia di bisogni”; la soddisfazione dei bisogni primari è la condizione per far emergere i bisogni di ordine superiore. Alla base di questa piramide troviamo i BISOGNI FISIOLOGICI di fame, sete, sonno, respiro, sesso. Subito dopo ci sono i BISOGNI DI SICUREZZA: protezione, tranquillità, sicurezza fisica ed emotiva. Solo dopo tutti gli altri.

PiramidediMaslow.png

Cosa accade quando è un adulto a soffrire di ansia da abbandono nelle proprie forme di relazione? Quali sono le origini di diversi stili di attaccamento?

John Bowlby, considerato uno tra i più grandi psicoanalisti del ventesimo secolo, sosteneva che “l’attaccamento è parte integrante del comportamento umano dalla culla alla tomba”. La sua Teoria dell’attaccamento fornisce un valido supporto per lo studio di come la personalità di un individuo cominci ad organizzarsi fin dai primi anni di vita. Lo stile di attaccamento che un bambino svilupperà dalla nascita in poi dipende in gran misura dal modo in cui i genitori, ed in particolar modo la madre, interagiscono con lui. Bowlby ne individuò quattro:

  • STILE SICURO: il bambino si affida, sia in condizioni normali che di pericolo, al supporto della propria figura di attaccamento, la quale è sensibile e attenta ai suoi segnali, pronta a dare protezione nel momento in cui viene richiesta. Il bambino si sente libero di poter esplorare il mondo, si sente amato, ha fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri, non ha timore di essere abbandonato;
  • STILE INSICURO EVITANTE: il bambino è convinto che, alla richiesta d’aiuto, non solo non incontrerà la disponibilità della figura di attaccamento ma, addirittura, verrà rifiutato. Così facendo ricerca la propria autosufficienza anche sul piano emotivo. È insicuro nell’esplorare il mondo, convinto di non essere amato e percepisce il distacco come “prevedibile”.  Questo stile deriva da una figura di attaccamento che respinge costantemente il figlio ogni volta che le si avvicina per la ricerca di conforto;
  • STILE INSICURO ANSIOSO AMBIVALENTE: il bambino non è sicuro che la propria figura di attaccamento possa rispondere ad una sua richiesta di aiuto. Per questo motivo la sua esplorazione del mondo è evitante, ansiosa; è incapace di sopportare distacchi prolungati, ha sfiducia nelle proprie capacità e in quelle degli altri. Questo stile è promosso da una figura di attaccamento che è disponibile in alcune occasioni ma non in altre e da minacce di abbandono;
  • STILE DISORIENTATO/DISORGANIZZATO: I bambini che mostrano questo pattern reagiscono alla separazione e al ricongiungimento con comportamenti contraddittori simultanei o in rapida successione. Le loro risposte al momento della riunione possono andare dalla ricerca intensa di vicinanza a comportamenti marcati di evitamento.  Spesso al ritorno della figura di attaccamento, mostrano spavento, comportamenti bizzarri e stereotipati. Questa tipologia è più comune tra i bambini abusati o figli di genitori con disturbi di natura depressiva.

Giorgia Andenna


Sitografia:

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