Harry Lime viene dall’ombra, nell’ombra vive e vi ritorna morendo, il tutto in una Vienna in bianco e nero che di sicuro sarà riuscita a strappare un sorriso a Josef von Sternberg (1894-1969). Le luci che illuminano e nascondono questo Lucifero con il volto e la voce di Orson Welles (1915-1985) sono di Robert Krasker ma guardano ai film della Germania di Weimar e all’esempio di Quarto Potere (1941).

Vienna più che una città è un limbo, una terra di mezzo perfetta per portare avanti gli affari sporchi de Il terzo uomo (1949), le pulsioni distruttive del Portiere di notte (1974) o la perversione sotterranea di certe borghesi appassionate di musica ritratte da Michael Haneke.

A volte certi luoghi sembrano rappresentare la Terra intera: così appare la capitale austriaca nel film di Carol Reed che tanto deve al suo antagonista. Harry Lime è l’unico tra i personaggi de Il terzo uomo che sia diventato un household name, una figura a tutti nota per via di un fascino che supera la matrice (il film) che l’ha generato.

La voce di Orson Welles rende questo trafficante di penicillina d’infima qualità, questa creatura delle fogne viennesi al tempo della Guerra fredda, amabile in massimo grado. La sua voce baritonale modula le battute con una musicalità che conquista ed ipnotizza: è questo suo potere d’incantatore a rendere incolori gli altri personaggi senza che però il film sia distrutto nel complesso.third-man-bfi-00n-76n.jpg

Welles ha grazia, pensa più avendo in mente la poesia che la prosa: questo è dimostrabile anche dalle nuances che infonde nei protagonisti dei suoi film da regista. Il suo Lime non è distante da quel mostro geniale di Harry Quinlan di Touch of Evil (1958) pur trovandosi sulla sponda del crimine.

Il capitano Quinlan è un uomo totalitario, bestiale ma votato alla giustizia, che ragiona per forza bruta mischiata ad istinto; Lime è un principe delle tenebre che lavora colpendo più sottilmente spazi e persone: si coglie il suo fascino così come gli effetti dei suoi crimini perché sottoposti alla sua radiazione. Nondimeno, hanno entrambi una grandezza prismatica da esprimere.

Nei film di Welles centrale è il rapporto col Potere, inteso come personale o istituzionale: Il Terzo uomo, pur opera di Reed, ragiona su questo concetto (che è anche una dimensione in sé) sfruttando tutto un campionario estetico capace, a suon di dutch angles e contrasti tra luci e ombre, di richiamare alla mente il sostrato del romanticismo nero e dell’espressionismo tedesco.

Un po’ come accade con l’Edgar Linton di Cime Tempestose (1847) il protagonista Holly Martins (Joseph Cotten) è vittima della sua moralità: lui può avvicinarsi a Lime o alla bella Anna (Alida Valli) che del criminale è stata amante ma non può raggiungerli né comprenderli. Semplicemente, non ha in sé quel germe di forza o bellezza distruttiva che fa amare le figure negative delle grandi narrazioni.

Antonio Canzoniere

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