Due amici, una cena che volge ormai al termine, un sigaro che si accende e una conversazione che ormai langue. Come rianimarla? Stuzzicando la vanità di un banchiere che si definisce anarchico. È questo lo spunto che anima Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa, un racconto che per certi versi risulta un dialogo socratico, il quale riflette sull’utopia anarchica, la sua irrealizzabilità e il suo rapporto con il soggetto e il concetto di libertà individuale.

“Sono stato un operaio qualunque, insomma; come tutti lavoravo perché dovevo lavorare, e lavoravo il meno possibile. L’unica cosa è che ero intelligente. Non appena potevo, leggevo qualsiasi cosa, discutevo di qualsiasi cosa e, siccome non ero uno stupido, nacque dentro di me una grande insoddisfazione e un grande senso di ripulsa contro il mio destino e contro le condizioni sociali che lo rendevano tale. […] Ora, che cos’è un anarchico? È uno che si ribella contro l’ingiustizia di nascere socialmente diversi – in fondo è solo questo. E da lì deriva come si può notare, la ribellione contro le convenzioni sociali che rendono possibile questa disuguaglianza.”

Un banchiere dunque, uno speculatore, che è stato operaio e che, diventando la massima incarnazione del sistema capitalistico e della società borghese raggiunge, secondo quanto dice, il più alto grado di autenticità nell’essere anarchico. Con questo paradosso l’impiegato e letterato Fernando Pessoa cerca di spiegare la complessità e la relatività dell’utopia anarchica: ciò che infatti è la base del pensiero anarchico risulta essere, secondo il banchiere di Pessoa, la lotta contro l’ingiustizia sociale, rappresentata dalle finzioni sociali, che annullano la libertà del soggetto e provocano la disuguaglianza tra gli uomini. Egli non sembra avere nulla in contrario alle disuguaglianze di natura, che invece sono prestabilite e alle quali l’uomo, nemmeno il più anarchico, non può in alcun modo ribellarsi. E proprio la Natura e la sua inoppugnabilità da parte dell’uomo è il fulcro della teoria del banchiere anarchico.

“Chi possiede solo questa vita, chi non crede nella vita eterna, chi non ammette altra legge se non quella della Natura, chi si oppone allo stato per il semplice fatto che non è naturale, al matrimonio perché non è naturale, a tutte le finzioni sociali perché non sono naturali, per quale strana ragione dovrebbe difendere l’altruismo e il sacrificio per gli altri o per l’umanità, se anche l’altruismo e il sacrificio non sono essi stessi naturali? […] Questa idea del dovere, della solidarietà umana, si poteva considerare naturale solo se avesse portato con sé una ricompensa egoista, perché in tal caso, nonostante inizialmente si opponesse all’egoismo naturale, se poi  dava a questo egoismo naturale una ricompensa, allora, in fin dei conti, non lo contraddiceva.”

Partendo dunque dal presupposto che l’uomo sia naturalmente egoista e, soltanto seguendo le leggi di natura l’uomo possa essere libero, ne risulta che soltanto essendo egoista l’uomo possa essere libero. È dunque una visione pessimistica dell’uomo e della società umana: infatti il banchiere si stupisce inizialmente di come anche all’interno di un gruppo che lotti per la libertà – come fanno gli anarchici – si vadano a creare situazioni di tirannia e sopraffazione di un individuo sull’altro. Perché? Perché è la natura dell’uomo. E dunque qual è la- soluzione?

“Dunque, una cosa è evidente… Nello stato sociale attuale non è possibile che un gruppo di uomini, per quanto bene intenzionati possano essere questi uomini, per quanto tutti intenti nel combattere le finzioni sociali e nel lavorare tutti insieme a favore della libertà, non creino spontaneamente tra loro una tirannia nuova, in aggiunta a quella delle finzioni sociali, distruggendo in pratica tutto quanto vogliono in teoria e ostacolando involontariamente proprio ciò che vogliono promuovere. Che fare allora? È molto semplice… Lavorare tutti per lo stesso fine, ma separati. […]
Lavorando tutti per lo stesso fine anarchico, ciascuno contribuisce con il proprio sforzo alla distruzione delle finzioni sociali, che è l’obiettivo delle nostre azioni, e alla creazione della società libera del futuro; e lavorando separati non possiamo in alcun modo creare nuova tirannia, perché nessuno agisce sull’altro, e non può quindi, dominandolo, limitargli la libertà né, aiutandolo, soffocargliela.”

Se allora la rivoluzione anarchica non pare attuabile in concreto e in maniera collettiva, che ognuno se la faccia per sé, liberando almeno egli stesso dalla tirannia delle finzioni sociali. Come si può però liberarsi dalle finzioni sociali? O distruggendole – ma anche questa soluzione appare irrealizzabile, perché solo attraverso la rivoluzione anarchica ciò accadrebbe – oppure liberandosi dal loro giogo, cercando appunto di dominarle. Di certo, afferma il banchiere anarchico, non è uccidendo i rappresentanti delle finzioni sociali – denunciando quindi il modus operandi tipico dei suoi ex compagni anarchici – che ci si libera delle finzioni: o si abbatte il sistema borghese oppure si cerca di liberarsi dal suo giogo. Ma come?

“Io quindi non potevo pensare di distruggere, né in parte né del tutto, le finzioni sociali. Dovevo quindi soggiogarle, dovevo vincerle soggiogandole, riducendole all’inattività. […] Ho cercato di scoprire qual era la prima, la più importante, delle finzioni sociali. […] La più importante è il denaro. Come soggiogare il denaro, o per essere precisi, la forza e la tirannia del denaro? Liberandomi dalla sua influenza, dalla sua forza, divenendo dunque superiore alla sua influenza, riducendolo all’inattività, perlomeno per quanto mi riguardava. Per quanto riguardava me, capisce? Perché ero io che lo combattevo; se si fosse trattato di ridurlo all’inerzia rispetto a tutti, non sarebbe bastato soggiogarlo, ma distruggerlo, cioè avrebbe significato farla finita per sempre con la finzione del denaro. […]Come, dunque, soggiogare il denaro combattendolo? Come sottrarmi alla sua influenza e tirannia, senza evitarlo? C’era soltanto un modo: averne, averne in quantità sufficiente da non sentirne più l’influenza; e quanto più ne avessi avuto, tanto sarei stato libero da tale influenza. È stato quando mi accorsi di questo, con tutta la forza della mia convinzione anarchica e con tutta la mia logica di uomo lucido, che sono entrato nell’attuale fase – quella commerciale e bancaria, amico mio – del mio essere anarchico.”

Ecco allora che il cerchio si chiude e che il paradosso del banchiere anarchico trova la sua giustificazione. Ecco dunque perché il banchiere anarchico può ragionevolmente affermare che “loro sono anarchici solo in teoria, io lo sono in teoria e in pratica; loro sono anarchici mistici e io scientifico“.

Ciò che ne deriva è una visione profondamente pessimistica dell’uomo, dell’utopia anarchica e rivoluzionaria e finanche dei concetti stessi di libertà e natura. L’uomo, secondo il banchiere di Pessoa potrebbe evitare il giogo delle disuguaglianze sociali soltanto sfruttandole a suo vantaggio, producendo egoisticamente una liberazione unicamente per se stesso. I concetti stessi di umanità e solidarietà ne escono distrutti, annientati da un individualismo invalicabile e da un concetto di libertà schiacciato all’interno del campo di azione del singolo individuo.

Il banchiere anarchico è un libello intelligente, dissacratorio e che supera il livello del paradosso fine a se stesso raggiungendo il livello di affermazione relativistica di una realtà incomprensibile e molteplice; è un piccolo gioiello, narrativo e filosofico, poco conosciuto, che vale la pena di leggere, soprattutto in tempi come i nostri, nei quali la montagna del progresso sembra ormai insormontabile e un racconto del genere può certamente invitare a riflettere sulla distanza, sempre più ampia, che intercorre tra la nostra società e le utopie sociali e rivoluzionarie.

Danilo Iannelli

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