“La dignità non ha prezzo”. Questo è uno degli slogan che ha definito i contorni della protesta che i pastori sardi stanno portando avanti in Sardegna mobilitandosi per chiedere allo Stato di intervenire nella crisi del latte che ha messo in ginocchio intere famiglie sarde. Una protesta che si è caricata di emotività e che aveva il potenziale di essere un vero motore di cambiamento ma che purtroppo non è riuscita a fare il salto di qualità.
Ricostruiamo il contesto.

La protesta

La protesta parte ad ottobre da pochi pastori a cui ben presto si sono uniti l’intero Movimento dei pastori Sardi, le famiglie, sardi non pastori, la squadra di calcio sarda e molte persone in giro per l’Italia. Sono state messe in atto una serie di mobilitazioni e manifestazioni dove la creatività non è mancata, mobilitazioni che vanno dal versamento del latte, ai presidi nei caseifici, a manifestazioni in piazza, sino a qualche episodio di resistenza violenta su cui sono in corso le indagini delle Procure.

L’oggetto delle proteste è il prezzo del latte ovino, sceso negli scorsi mesi sino a 60/65 centesimi al litro. I pastori hanno cominciato a rivoltarsi non solo perché il prezzo attuale del latte sarebbe al di sotto dei costi di produzione ma anche perché il mercato del latte sarebbe stato negli ultimi anni molto altalenante in termini di prezzo, generando un rischio insostenibile per i pastori e le loro famiglie.

Le cause? La forte concorrenza comunitaria, qualche volta favorita da caseifici sardi come nel caso dei fratelli Pinna del caseificio di Thiesi, scoperti a trasportare formaggio formalmente sardo ma prodotto in Romania con latte rumeno.  

La rabbia dei pastori deriva anche dal fatto che la diminuzione del prezzo di vendita del formaggio prodotto con il latte ovino sardo, è ricaduto in una minima parte sui supermercati, i distributori o i caseifici produttori di formaggio, e quasi interamente sui pastori. Questo perché in una logica di forza di mercato, i pastori sono l’anello più debole della catena, data la natura altamente deperibile del latte che implica la necessità di vendere velocemente il latte prima di essere costretti a buttarlo. E i caseifici hanno fatto cartello di fronte ai pastori divisi.

La politica ha prontamente risposto con una visita del ministro Salvini in Sardegna (già organizzata in vista delle elezioni regionali) il quale ha promesso una soluzione. È stata avanzata una proposta la settimana prima delle elezioni regionali del 24 febbraio, proposta che fissava il prezzo a 70/72 cent al litro e prometteva l’acquisto di una parte dell’invenduto, proposta che i pastori hanno definito “un’elemosina” con conseguente rimando delle trattative a dopo le votazioni.

Le reazioni tra i pastori alla risposta della politica sono state miste. Alcuni volevano fidarsi delle promesse fatte dal ministro Salvini, mentre molti completamente disillusi dagli anni di lotte passate sostenevano l’opzione dell’astensione. Alla fine, il movimento ha deciso di votare compatto per la Lega. Al momento le trattative tra regione, governo e pastori sono aperte.

Che cosa chiedono i pastori?

La proposta da parte dei pastori è quella di fissare immediatamente il prezzo del latte a 80 centesimi, nella speranza di raggiungere col tempo un prezzo di 1 euro a litro. Un euro è il prezzo a cui i pastori hanno venduto il loro latte nei periodi di maggior domanda di latte sardo ed è vicino al prezzo pagato ai produttori di latte in Francia (1.15 euro/litro) e Spagna (1.05 euro/litro). In più chiedono che il governo si impegni a comprare l’invenduto in un’operazione in stile keynesiano.

Le richieste dei pastori fin qui sembrano legittime: non produrre al di sotto dei costi di produzione, non essere lasciati soli dallo stato in un momento di difficoltà, creare condizioni di lavoro che permettano una relativa stabilità.

Il problema è che il tipo di soluzione proposta dai pastori non promette di essere una soluzione a lungo termine. Cosa succederà con tutto il latte sovraprodotto tra qualche mese? E siamo sicuri che fissando il prezzo del latte a 80 centesimi, la domanda di latte ovino sardo aumenterà o rimarrà almeno stabile invece di diminuire, creando minori profitti e uno spreco di latte ancora maggiore?

Se si va un po’ indietro col tempo, si scopre molto in fretta che questa crisi di sovraproduzione del latte con conseguente crollo del prezzo è ciclica e di lunga data. Nel libero mercato è così che funziona. Se nel mercato vengono offerte dieci magliette e ne vogliamo cinque, i produttori pur di venderle tutti e dieci saranno costretti a venderle a metà del prezzo per convincerci a comprarle. Sul lungo periodo però i produttori di magliette dovrebbero adattare il numero di magliette prodotto al numero di magliette richiesto (cinque) per raggiungere l’equilibrio. Sul lungo periodo, questo è l’unico equilibrio possibile.

Le colpe dei produttori nella crisi del latte

Negli anni ’80, in tutta Europa, si stava verificando una crisi di sovraproduzione del latte, così l’Unione Europea decide di intervenire creando un sistema di quote che fissava la quantità di latte che ogni produttore poteva produrre e vendere. Questo sistema è rimasto in piedi sino al 2015 quando è stato ritenuto che il mercato del latte si fosse stabilizzato. E così è stato per gran parte del mercato.

L’Italia però fa eccezione. Nei trent’anni del sistema quote il Bel Paese è stato citato sia dalla Corta dei Conti che dal Tribunale UE per non aver rispettato le quote imposte, mettendo in luce una pratica politica per cui i vari governi hanno esplicitamente promesso l’impunità a tutti gli agricoltori che avessero sovraprodotto. Ad oggi la questione del pagamento delle multe per la sovraproduzione, e delle more per non aver pagato le multe, rimane aperta. Di fatto questa sovraproduzione sino al 2015 andava contro la legge europea.

Oggi che le quote non esistono più le conseguenze della sovraproduzione sono invece nelle mani del libero mercato. E viene chiesto un intervento dello Stato senza rendersi conto che lo Stato potrà al massimo a impegnarsi a comprare il non venduto di oggi (e quello di domani?) e che se il prezzo di 72 o 80 centesimi o 1 euro non è un pezzo competitivo il latte sardo smetterà semplicemente di essere comprato.

Non è che le soluzioni non esistano ma per trovarle bisognerebbe andare oltre alla narrativa romantica e superficiale che ha funzionato così bene per muovere l’empatia delle persone verso un mondo idealizzato di romantico bucolismo e molto poco per riflettere su cause, problematiche e possibili soluzioni.

Quali possibili soluzioni?

Ci sono delle alternative a un sistema di quote e di rigidità di prezzi che può funzionare solo nel breve periodo. Per esempio quella di unirsi in Consorzio, come qualcuno timidamente propone. Una sfida significativa per i pastori sardi tradizionalmente divisi e ostili tra loro. Eppure una soluzione concreta per aumentare la capacità contrattuale dei pastori contro gli industriali dei caseifici che non potrebbero più permettersi di imporre il loro prezzo tanto facilmente.

Un’altra carta da giocare consiste nella possibilità di “brandizzare” il pecorino come si sta facendo con successo su molti altri prodotti dell’agroalimentare sardo e difendere il nostro latte attraverso dei vincoli di produzione geografica (e non limitarsi alla certificazione Doc o Dop) che farebbero cessare la produzione di pecorino con latte non sardo.

E ancora, si potrebbe valutare l’idea che i pastori inizino a produrre direttamente il formaggio diminuendo gli anelli della catena di creazione del plusvalore, aumentando quindi i propri guadagni e creando una catena di produzione più breve e più facilmente controllabile.

Un’occasione mancata

Una mobilitazione nata dall’ingiustizia di un sistema economico che schiaccia un’intera classe di lavoratori è un’occasione per riflettere sulle problematicità del mondo in cui viviamo e per pensare a delle alternative. L’emotività e la solidarietà che questa protesta ha mosso è un segnale chiaro della rabbia di tante persone rispetto alle ingiustizie contro cui i pastori sardi si sono mobilitati.

Purtroppo, però, la protesta è stata impostata in un modo che ne mina la sua stessa legittimità. I pastori non hanno chiesto un cambiamento radicale della loro condizione di vulnerabilità all’interno di questo sistema. Ma si limitano a ragione dentro alle logiche del libero mercato senza per altro conoscerle. Nel libero mercato, è l’incontro della domanda e dell’offerta che conta. Nel libero mercato i soggetti economici devono sapersi adattare.

Allora bisogna capire dove si voleva arrivare con questa mobilitazione. Se a contestare radicalmente le ingiustizie del nostro sistema economico neoliberista. Ma questo non sembra essere il caso. O se a capire come diventare competitivi all’interno del libero mercato. In questo secondo scenario, la proposta dei pastori è un’opzione percorribile.

Non è facile riuscire ad avere una visione di lungo termine e una visione d’insieme durante le crisi ma senza questo tipo di visione, questa volta è il caso di dirlo, ci troveremo presto a riniziare a piangere sul latte versato.   

Francesca Di Biase

Foto di Nicoletta Serra

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