La camera è impregnata di fumo. Il posacenere, col fondo intensamente strascicato dall’impronta grigia bianca lasciata dalle sigarette spente, trattiene, in uno spazietto di vetro apposito, una cicca alla quale restano tre tiri da consumare. Muovo ciecamente il braccio verso il comodino su cui è poggiato. Aspiro quel che rimane mentre devo ancora svegliarmi del tutto, mettendomi seduto al lato del letto, coi piedi nudi sul pavimento freddo di ceramica bianca. Ormai mi sono arreso, questo è l’odore della mia piccola casa.


È una di quelle tante mattine d’inverno.
Affianco, sempre sul comodino, una foto della mia famiglia al completo sui prati della Transilvania. La levo dalla cornice, ne leggo il messaggio scritto sul retro : “Călătorie plăcută, Matei! Mult noroc”. (Buon viaggio, Matei! Buona fortuna). Ora c’è troppo silenzio, e come se ogni secondo di questa assenza di suono mi togliesse un anno di vita, mi precipito verso un angolo della stanza, dov’è riposto, inclinato, il mio sassofono. Questo strumento rappresenta precisamente tutto: la mia casa in Romania, la giovinezza, l’amore, la paura e la nostalgia. Con passione e avidità poggio le labbra sul bocchino in ebanite, d’istinto intono una canzone popolare delle mie parti. Chiudo gli occhi e sono lì: vedo mamma Voichita, papà Alecu, mio fratello Saša, la zia Lucreția, tutti seduti nel modesto soggiorno che profuma dell’appena consumato pranzo domenicale, soprattutto di Cascaval pan. (Una grossa fetta di formaggio, caciocavallo, all’interno di due fette di pane, impastellata e fritta). Mi ascoltavano tutti, sognanti, li conducevo al sonno pomeridiano come un piccolo Orfeo olivastro, mentre io, al contrario, mi sovraeccitavo. Avevo le guance quasi atrofizzate, le labbra le sentivo viola, e tutto il mio corpo estremamente accalorato, ma credo che fosse la mia anima. Nel momento in cui suono esco al di fuori di me, volo con l’immaginazione oltre la volta celeste e mi vedo suonare per tutto il globo, per le domeniche di tutte le nazioni.
Apro gli occhi come quando dopo una lunga apnea sott’acqua si tira un profondo e ansimante sospiro. Stavo affogando nella mia memoria.
Rimango interdetto qualche secondo. Mi alzo, svolgo le abluzioni mattutine. Dopo essermi sciacquato la faccia mi osservo allo specchio: Cazzo, le rughe solcano il mio viso, come se qualcuno avesse passato le dita orizzontalmente su dell’argilla fresca.
Faccio colazione con una mela un po’ molliccia e un caffè. Mi mancano i frutti di bosco del mio Paese.
Ero venuto qui per cercare di affermarmi, con le nobili aspirazioni di un giovane musicista: mi sognavo nell’orchestra del Teatro San Carlo. La mia famiglia ha fatto grandi sforzi per darmi l’opportunità di avere successo in Italia, a Napoli. Ma una volta arrivato qui, da oramai vent’anni, qualche provino senza sbocchi, ingaggi secondari, mi ritrovo a suonare per elemosina. Una volta, poco prima del Natale di quindici anni fa, mandai una lettera alla mia famiglia chiedendo se potessi tornare a casa: seppi che mamma si era ammalata, e che mio padre non sopportava l’idea del mio fallimento, visti gli sforzi fatti. Mi ricoprii di vergogna, e così ho vissuto fino ad ora. Le uniche cose a cui mi affido sono la musica e la benevolenza di qualche individuo. Vi assicuro che sono molti, non voglio dire che me la passo bene, ma col mio lavoro ramingo riesco a guadagnarmi il pane. Certo potrei racimolare qualcosina di più se molte delle persone che incontro sentissero solo la melodia senza vedermi. Non gliene faccio un torto, probabilmente somiglio a uno di quei classici ubriaconi (cosa non del tutto errata) che non ispirano molta fiducia. L’unica cosa bella in questa situazione è che il mio lavoro consiste nel passeggiare suonando, dunque io lavoro, nel vero senso della parola, soltanto nel momento in cui qualche essere umano mi offre degli spiccioli, con una rapidissima transazione (a nero!). La mattina (di domenica) percorro le vie del centro storico, riesco a guadagnare i soldi per una pizza al portafoglio sotto Port’Alba e una birra, consumate sugli scalini della statua omonima di Piazza Bellini, con affianco la fodera del sassofono. Torno con la mente alla scena, ripetuta più volte, del pranzo in Transilvania, mentre in alto il cielo splende. Il sole non riesce a scaldare un’aria gelida. Dopo un altro girovagare, verso le quattro, come sempre, prendo la metropolitana per andare nel quartiere benestante del Vomero, dove riesco sempre a guadagnare qualcosina in più. Le giornate sono molto corte, e dopo un guasto alla rete ferroviarie, giungo alle cinque del pomeriggio a destinazione. Il cielo comincia a dipingersi di rosa.
Questa è una mia giornata, la copia di tantissime altre vissute allo stesso modo. Ma oggi qualcosa mi avvinghia lo stomaco, il mio precario equilibrio si è spezzato. La solitudine permette di mantenere equilibrio, assieme alla routine, ma a che costo?
Stamattina il retro della fotografia ha capovolto a testa in giù il contenitore che sono io, dove la materia più pesante finisce sul fondo e viceversa. Posso solo scoppiare: malinconia, solitudine, tristezza, nostalgia e stanchezza palpitano nelle mie tempie.
Ho preso il sassofono, unica valvola di sfogo rimasta tra il mio corpo e la mia anima.
Mi avvio verso una discesa di una via molto borghese, dove vomito dallo strumento il tormento che sto vivendo in quegli attimi, immaginando che il suono che emetto attraversi le finestre di molteplici case: la solitudine di un suono che inonda centinaia di orecchie, per merito mio, mi scioglie in uno slancio vitale che presto si tramuta in virtuosismi patetici e amari. Poco importa se alla gente sono indifferente, loro non sanno nulla e credono che suoni per loro, per la loro misericordia, di arricchirsi l’animo per qualche secondo per aiutare un pover’uomo. Non mi importa nulla, adesso rifiuto anche dei soldi offertomi con sdegno. Lasciatemi stare, ologrammi, fatemi gonfiare le strade del mio assopito dolore, che si affacci la gente e si ammali della mia mestizia. La mia bocca asciutta e amara si concede come unica comunicazione eterna quella delle note, che sono l’unico alfabeto che uso in questa seconda vita. Mi bruciano gli occhi mentre fisso il tramonto, che ora si fa di fuoco. Come facevo nella mia vecchia casa, adesso, cado io stesso vittima del sonno, Orfeo col suo canto ora s’addormenta. Più suono, più il cielo arde. Immagino le note, figlie della mia condizione, che soffiate via dal sax, finiscono nel cielo per farlo continuare a sanguinare.

Manuel Torre

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