Si parla di un Almodóvar già maturo, capace di lasciarsi dietro le acerbità dei primi film e inaugurare la stagione florida degli anni ‘90. Le sue madrilene in crisi precedono gli Oscar per Tutto su mia madre (1999) e Parla con Lei (2003) ma furono loro a garantirgli la prima nomina per miglior film straniero nel 1989.

In Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988) la tensione drammatica non è esposta come nelle opere successive ma sfruttata principalmente come carburante per la commedia. La doppiatrice Pepa (Carmen Maura) è avvolta in una geometria di relazioni che è anche una ragnatela di sentimenti. Questa prigione di odi e affetti è il frutto della lezione del melodramma popolare ma anche di Fassbinder.

Il kitsch e l’horror vacui soffocano non meno del ricordo: una mente sovraccarica ed ossessiva proietta sempre sé stessa nello spazio circostante. S’aggiunga anche l’abitudine del regista spagnolo di accostare forti blocchi cromatici e si ha un’idea dello stridore delle psicologie delle protagoniste.

Doti importantissime delle donne di Almodóvar sono la sopportazione, l’essere tetragone ma siamo ben lontani dal coraggio di leonesse di Volver (2006). Pepa, la sua amica Candela (Maria Barranco) e la pazza Lucia (Julieta Serrano) sono borghesissime, fasci di nervi che camminano in un mondo che non meno di loro è pronto a collassare. Meno male che esistono le pasticche e i barbiturici, da gustare pure col gazpacho.

Ci aggiriamo nel territorio di Woody Allen e Billy Wilder, non solo per i caratteri mostrati ma anche per il modo in cui Madrid è resa sul grande schermo. La capitale spagnola, nelle scene in esterni illuminati dalla fotografia di José Luis Alcaine, ricorda New York; la commedia sofisticata anni ‘50 fa capolino col panorama artificiale dell’appartamento di Pepa, costruito appositamente negli Studi Barajas.

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Il regista non nasconde più di tanto né l’artificiosità della scenografia né l’impianto teatrale che prende il sopravvento negli interni: le sue mujeres nevrotiche vivono in un mondo di citazioni, plastica e telefoni, dove si passa nel giro di un attimo dal giorno alla notte (ops!). Non manca la goduria nel vedere la Maura sclerare, staccare il telefono, far volare dalla finestra un vinile e l’apparecchio della segreteria. Se solo l’avesse fatto la Magnani in L’amore (1948) di Rossellini!

A differenza però del testo ispiratore del film rosselliniano e di Donne sull’orlo, La voce umana di Cocteau, l’uomo amato è visibile, seppur altrettanto sfuggente. Ivan, amante fuggiasco e ondivago che turba con la sua assenza, è fratello degli altri uomini almodovariani, immaturi o distanti. Siamo ben lontani dai protagonisti di Parla con lei che sopravvivono con l’amicizia e la solidarietà.

Questi ritratti di donne e uomini sui generis (tra cui si fa vedere un Banderas pre-Rosita) si fanno appena sfiorare dai problemi esterni. Il riferimento ai terroristi sciiti rimane appena suggerito, come delicato rimando al Buñuel di Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977): lì gli attentati erano visibili ma si faceva un riferimento al simpatico G(ruppo) A(rmato) R(ivoluzionario) del B(ambin) G(esù).

Antonio Canzoniere

 

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