Sabato 16 febbraio nella cornice della Libreria Nuova Europa – I Granai Enrico Letta, ex Presidente del Consiglio e direttore della Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici di Parigi, ha presentato il suo ultimo libro, “Ho imparato”. Insieme a lui Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, già ospite qualche mese fa.

La prima cosa che si guarda di un libro, nel momento in cui lo si compra, è il titolo. E proprio inerente al significato del titolo è la prima domanda che Feltri rivolge all’autore. Il titolo è composto di due parti: la prima è il soggetto implicito “Io”, e Letta si sofferma nello spiegare quanto per lui sia stata una forzatura inimmaginabile utilizzare la prima persona singolare. D’altronde Io, nella mitologia greca, altro non era che la vacca di Giove. La seconda parte è il verbo imparare, termine esemplificativo della dicotomia tra la sua vita attuale, dedicata alla formazione e all’istruzione dei giovani, e il Paese governato da lui qualche anno fa, nel quale “imparare” è diventata una parola desueta, forse a causa di un’interpretazione sbagliata dello sviluppo tecnologico che ha reso la conoscenza un obiettivo non più primario.

Che cosa ha portato a screditare la competenza e i soggetti che la possiedono? Certamente la più grande crisi economica del dopoguerra, che non è stata affrontata nel modo giusto dai “competenti”. Va però sottolineato come sia fondamentale che un eventuale ministro sappia di cosa parla quando va al potere al grido di “Dagli ai tecnocrati”, perché se poi non saprà dove mettere le mani, paradossalmente tutto sarà in mano proprio ai tecnici del ministero.

Oltre al ruolo dei tecnici, è venuto meno quello di tutti i cosiddetti “corpi intermedi”, con un generale senso di impotenza che si è diffuso nei giornali, nelle aree culturali e nei sindacati. Perché? Semplicemente perché il mondo cambia. Sicuramente nel corso della presentazione ci sarà chi ha fatto un acquisto online o prenotato un biglietto del treno, tutto sul proprio cellulare: operazioni che fino a qualche anno fa avrebbero richiesto un intermediario. Questa disintermediazione avviene anche nel giornalismo (quando la notizia viene letta direttamente online), nella politica (quando il politico di turno riceve feedback del suo lavoro direttamente nella propria home di Facebook o Twitter) e ancor di più nei sindacati, la cui importanza sembra definitivamente venuta meno con l’esempio francese dei gilets jaunes che, a differenza dei tradizionali sindacati che arrestano la macchina della protesta una volta ottenuto quanto richiesto, non sanno ancora cosa faranno nel futuro prossimo.

Il libro vuole essere una ricerca, pertanto non ha una fine. L’autore cerca di superare il più grande limite del cartaceo, ovvero quello di parlare solo a chi acquista la copia ed è quindi già disponibile all’ascolto, unendo libro e telefonino, attraverso l’utilizzo di Instagram. Ogni capitolo del libro viene trasformato in brevi video caricati sul social network più in voga del momento, cercando di esprimere un’opinione che possa generare delle risposte e – come fine ultimo – un dialogo.

Nel corso della presentazione non mancano riferimenti a episodi passati e presenti. Si va dall’Expo, il cui successo fu legato a un progetto condiviso da destra a sinistra (il primo dialogo si aprì la notte del 29 settembre 2006 tra l’allora sindaco di Milano Letizia Moratti e Romano Prodi, nel segno di un’unità d’intenti che è alla base di ogni miracolo economico), fino alla vittoria di Mahmood a Sanremo, nell’ambito della quale le ingiuste critiche a lui rivolte fanno a tratti pensare alle tanto tristi e famose olimpiadi di Berlino del 1936.

Chiusura dedicata infine all’Europa e all’immigrazione. Le critiche legittime rivolte nei confronti delle politiche europee non devono essere un presupposto per tentare di distruggere l’Europa. Tra le principali colpe dell’Unione europea c’è sicuramente quella di non essere riuscita a gestire le migrazioni, fallimento che ha portato al salvinismo; ma la croce non va gettata su chi ha paura dei migranti, bensì su chi sfrutta questa paura e alimenta una guerra tra ultimi e penultimi. I biologi marini tra cento anni troveranno quindicimila scheletri nel Mediterraneo affondati tra il 2012 e il 2019, e si chiederanno quale guerra ci sarà mai stata, perché quando questo periodo sarà finito sarà impossibile credere che tutte queste persone sono state abbandonate perché altri Stati non sono capaci – o non hanno la volontà – di mettersi d’accordo.

Paolo Palladino

Per il video integrale della presentazione: https://www.facebook.com/enricoletta.it/videos/422576068479814/?v=422576068479814

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