Andiamo a vivere insieme?

Una domenica di gennaio ci troviamo tutti dentro ad ArtaRuga, un co-working che si trova a Villanova a Cagliari. Per tutti i non cagliaritani, Villanova è uno dei quattro quartieri storici di Cagliari. Fatto di stradine in pendenza e casette massimo a due piani con le facciate a triangolo e generalmente colorate.

Arrivo ad ArtaRuga, ho portato dei biscotti al cioccolato per la merenda condivisa. Scendo le scalette dell’ingresso, attraverso un cortiletto con degli alberi da frutto e un barbecue in un lato, arrivo dentro tra mattonelle gialle e bianche, piantine grasse e una ventina di persone.

Estetica a parte, siamo tutti lì per un incontro sul co-housing. Alcuni sono venuti per curiosità, altri cercano qualcuno con cui iniziare un progetto di co-housing assieme. Io principalmente accompagno un’amica che aprirà un co-living a Cagliari: “Casa Melis”.

L’incontro si articola in una breve presentazione in cui scopriamo che il co-housing non ha ancora una definizione giuridica in Italia ma si riferisce a un modo di abitare degli spazi privati in parallelo alla condivisione di spazi comuni, soprattutto legati al tempo libero e a servizi domestici (come le lavatrici o le automobili). Ma ogni co-housing è unico e definisce le proprie specificità in base a quello che viene deciso in gruppo dai co-housers.

Sul co-housing e sul co-living si possono dire tante cose. Sugli aspetti tecnici, sulla sua storia, su esperienze interessanti che nel corso degli anni si sono diffuse, principalmente in molti Paesi dell’Europa, negli Usa e in Australia. E anche in Italia.

L’aspetto più interessante, però, è quello delle potenzialità legate a questi progetti nel contesto in cui viviamo in Italia oggi. Il co-housing rappresenta un tentativo di rispondere ad alcune delle esigenze che sono emerse negli ultimi anni in Italia: un sistema di welfare che retrocede, un invecchiamento della popolazione e il problema della cura degli anziani che ne deriva, le nuove generazioni che si ritrovano con meno risorse economiche dei genitori, sostenibilità ambientale, solitudine.

Il co-housing infatti rappresenta un’organizzazione sociale che può dare delle risposte concrete ad ognuno di questi aspetti. Creando una rete di persone che si riuniscono in questa piccola comunità ogni co-housing decide su quali aspetti concentrarsi, ma in questi luoghi nascono esperimenti in cui la cura degli anziani e quella dei bambini diventano complementari, in cui si piantano orti e frutteti che soddisfino tutto o parte del fabbisogno dei co-housers, in cui le bollette e i servizi vengono condivisi, in cui si ha a disposizione spazi per dedicarsi al tempo libero e al proprio benessere (biblioteche, sale polifunzionali per spettacoli, mostre, corsi o feste).

Il quartiere intorno al co-housing viene spesso incluso in alcune di queste attività, come per esempio alle cene di quartiere o in attività commerciali di vario genere che diventano punti di riferimento per le persone che abitano nelle vicinanze.

Siamo lontani dall’immaginario comune di comunità di hippies o di comuni anarchiche che spesso emergono nella mente delle persone che sentono di parlare di co-housing. Le persone che scelgono di intraprendere queste esperienze sono persone e famiglie generalmente conformi alle norme e agli usi più diffusi della nostra società, che però cercano di rispondere in maniera nuova alle sfide a cui il nostro tempo ci sta mettendo davanti.

L’incontro va avanti con un gioco-simulazione. Ci chiedono dove vorremmo creare il nostro co-housing dei sogni e il gruppo si divide in due. Uno vuole andare a vivere in un piccolo centro sul mare, l’altro in centro città. Io sono nel gruppo del centro città. Ci mettiamo in cerchio e iniziamo a discutere su cosa ci piacerebbe realizzare nel nostro progetto.

Pensando, confrontandosi, chiacchierando, optiamo per co-housing diffuso, ovvero l’acquisto di diverse casette o appartamenti vicini e di alcuni spazi in comune. Scegliamo di abitare in edifici del patrimonio esistente perché si possono trovare tantissimi bei posti in simil-abbandono nella nostra città. Vogliamo mettere in condivisione delle macchine, i servizi di lavanderia, ci piacerebbe un giardino, condividere la cura dei bambini, costruire degli ambienti polifunzionali e vogliamo persino creare un bar dove incontrarci per bere spritz! E io già mi immagino tutte le contaminazioni ed esperienze che possono venire fuori quando si decide di condividere una casa con tante persone diverse.

Più o meno tutti nella vita ci impegniamo per procurarci il necessario per avere da mangiare, un tetto sopra la testa, la possibilità di fare quello che ci piace e magari una famiglia. Molto spesso nelle nostre società frenetiche e competitive, tutto ciò diventa un peso, una fonte di ansia e di stress nella speranza che tutto lo stress venga ripagato ad un certo punto. Ma spesso si arriva alla pensione stanchi e senza ricordarsi più da dove si è partiti, dimenticandosi di essersi goduti tutto ciò che c’è in mezzo. Che alla fine è davvero tutto quello che abbiamo.

Crearsi la propria casa, la propria comunità, uno spazio in cui fare rete, risparmiare soldi e tempo per dedicarsi a ciò che davvero ci piace potrebbe essere una delle più autentiche forme di protesta verso un mondo su cui quasi tutti abbiamo molto da ridire. Potrebbe essere una di quelle concrete rivoluzioni che migliorerebbe la vita quotidiana di tante persone, noi per prime.

Forse vale la pena rispolverare un po’ di idealismo e di creatività e pensarci seriamente.

Francesca Di Biase


Qui sotto metto dei riferimenti per chi volesse approfondire l’argomento:

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