Venuta a mancare il 28 gennaio scorso, Kim Bok-dong era una delle ultime donne in vita coreane a poter testimoniare la pratica delle comfort women, un sistema creato dall’esercito imperiale giapponese che forzava giovani donne a intrattenere sessualmente i soldati.  Le stime sulle donne che furono coinvolte sono varie e spesso discordanti, se il Giappone afferma che circa 20 mila donne furono coinvolte, la Cina ne cita 400 mila. Le maggior parte delle donne provenivano dal Giappone stesso, dalla Cina e dalla Corea, ma molte erano anche filippine, birmane, taiwanesi e indonesiane.

Il primo centro di comfort venne istituito a Shanghai nel 1932 e inizialmente le prime donne adibite a questo ruolo furono prostitute che si offrivano volontariamente dietro campagne di reclutamento. Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, alla grande macchina militare giapponese queste volontarie pagate non furono più abbastanza e così si iniziarono a rapire giovani donne nelle aree occupate oppure ad ingannarle tramite promesse di un lavoro in fabbriche o ristorante. È ironico pensare che questi centri di comfort vennero creati, come mostra la corrispondenza militare ritrovata, per evitare che  si ripetessero stupri e violenze sulle donne creando così ostilità fra gli occupati.

Kim Bok-dong era famosa per il suo attivismo in Sud Corea e nel mondo, a soli quattordici anni venne convinta dalle autorità giapponesi a lavorare in una presunta fabbrica di abbigliamento militare e che in pochi anni sarebbe tornata a casa. Non potendo rifiutare, poiché altrimenti la sua famiglia sarebbe stata considerata traditrice, la madre analfabeta di Kim firmò un documento che  in realtà avrebbe segnato il destino della figlia. Per otto anni la giovane Kim si ritroverà a spostarsi nei vari centri di comfort nei territori occupati dal Giappone. Costretta ad avere rapporti sessuali giornalieri con innumerevoli uomini, tornata a casa a 21 anni decise di mantenere il segreto su quello che le era successo. Solo nel 1992 iniziò a raccontare la sua verità attraverso proteste davanti l’Ambasciata Giapponese e successivamente facendo sentire la sua voce grazie alla partecipazione alla Conferenza Mondiale sui Diritti Umani, tenutasi a Vienna nel ’93. Fondatrice del Butterfly Fund, un’associazione con lo scopo di aiutare le vittime di violenze sessuali durante conflitti armati, riuscì ad aiutare donne in tutto il mondo e ridare loro la possibilità di un futuro.  Triste di non aver potuto studiare, nel 2015 ha creato con i propri soldi un fondo per permettere ai bambini in aree di guerra di studiare.

Fino all’ultimo si è sempre scagliata contro il governo giapponese, colpevole di non essersi mai preso completamente le proprie responsabilità e aver semplicemente cercato di chiudere la questione pagando 8 milioni di dollari tramite un accordo con il governo Sud Coreano. Insieme ad altre vittime, si è rifiutata di accettare quei soldi proprio perché ”non riguarda i soldi, loro continuano a dire che noi siamo andate lì perché abbiamo voluto”, come affermato da Kim nel 2016. Purtroppo, nonostante l’impegno del governo Sud Coreano a rinegoziare l’accordo, Kim non è riuscita ad avere la giustizia che tanto ha cercato.

Questa è una sua intervista con sottotitoli in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=CmoXrbrGog8

Le donne sopravvissute ai centri di comfort furono solo un quarto di quelle che varcarono la loro porta e la maggior parte di loro rimase infertile a causa di traumi legati ai rapporti sessuali o malattie sessualmente trasmissibili. Le donne erano completamente de-umanizzate e considerate come oggetti sessuali completamente disponibili alla volontà dei soldati. Ancora oggi questa pagina della storia rimane poco chiara, data la volontà da parte dei governi giapponesi di negare spesso quanto successe. Per fortuna, ancora una volta, la memoria delle sopravvissute non ha permesso che tutto questo venisse dimenticato.

Jovana Kuzman


Bibliografia:

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