The Mule – Il corriere: il ritorno di Clint

The Sinaloa Cartel’s 90-years-old Mule¹ era troppo curioso e succulento come articolo per non destare l’attenzione di Hollywood. La penna di Sam Dolnick del New York Times aveva attirato i produttori dell’Imperative Entertainment sul soggetto, tanto che Nick Schenk era stato subito contattato per la sceneggiatura e Ruben Fleischer per la regia.

I lavori per il film partono nel 2015 e Clint Eastwood (1930),dapprima chiamato come protagonista, ne assume presto la direzione. Impone il suo stile su una sceneggiatura non concepita per lui ma supera le previsioni con un risultato che gli fa onore per asciuttezza, il dosaggio di ironia e dramma, la commistione neoclassica di rimandi cinematografici.

Il suo Earl Stone è in realtà Leo Sharp (1924-2016), orticoltore del Michigan che si reinventa quasi novantenne come corriere di droga per il cartello di El Chapo, sostituito nel film con la figura del trafficante Laton (Andy Garcia). Altro scambio per rispetto delle persone coinvolte è stato effettuato con Jeff Moore, agente della DEA che arrestò Sharp, reso sullo schermo con le fattezze di Bradley Cooper ed il nome di Colin Bates.

La regia procede a blocchi di sequenze e toni su cui Eastwood lavora usando i dialoghi come scalpello: unisce dramma e commedia senza diluirli troppo, rispettandoli nella loro differenza. Ad essere trasversali sono i motivi, i fili conduttori di un film che è anche un gioco sulla sua figura di divo.

Earl Stone è un uomo che cerca la realizzazione e non ha curato per una vita i rapporti con la famiglia immerso com’era tra i suoi amati emerocallidi. Solo la nipote Ginny (Taissa Farmiga) lo difende di fronte dalle critiche della figlia Iris (Alison Eastwood, la figlia del regista) e della ex-moglie Mary (Dianne Wiest, brillante per naturalezza). La sua distanza dagli affetti, di un’importanza comunque centrale nella sua vita, non deriva da aridità di cuore ma dall’incapacità di comunicare.

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Qui il denaro ottenuto dal traffico è per lui risorsa anche e soprattutto in senso metaforico: è efflorescenza emotiva, recupero delle occasioni perdute, rottura delle barriere personali, autostima e sicurezza. Basti vedere la sequenza della riconciliazione tenerissima ed in extremis con la moglie, che prima della sua discesa nel mondo del crimine sembra impossibile. Il denaro è tempo e capitale interiore, che non può però sfuggire ad una resa dei conti con la Giustizia in senso espanso.

Da puro di cuore, da uomo leale, Stone vuole esporsi alla Legge nel finale: ha ritrovato l’amore dei suoi cari ma è inconcepibile la pace con sé stessi senza la coerenza con i propri princìpi. Il suo pragmatismo non sporcato da furbizia riporta alla mente il western delle origini col suo substrato protestante, il senso dell’onore virile, il rapporto tra innocenza, peccato e salvezza.

Il tutto si priva di pesantezza attraverso brezze di commedia che sembrano degli autentici occhiolini dell’autore al suo pubblico. Le parti di road movie non tolgono lo spazio all’analisi dei rapporti, le riflessioni sull’età o l’ironia di momenti specifici.

Complesso e leggero, mantiene sempre un passo veloce, mai grave nel rapporto con la materia narrativa. Fa piacere sapere del suo successo al botteghino anche in Italia, dove già era stato apprezzato American Sniper.

Antonio Canzoniere


¹ https://www.nytimes.com/2014/06/15/magazine/the-sinaloa-cartels-90-year-old-drug-mule.html

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