Sono io Fernando Pessoa?

Mi chiamo Fernando António Nogueira Pessoa. O meglio, questo è il mio nome all’anagrafe portoghese. È da sempre nella mia vita che parti di me si distaccano, rimanendo però dentro, come una serie di detonazioni che accadendo, lasciano così i resti conficcati nel mio petto. La prima volta accadde quando avevo sei anni:

«[…] Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”

Ho avuto un’infanzia controversa: mio padre, funzionario pubblico del Ministero della Giustizia, è morto quando avevo cinque anni; mio fratello piccolo, Jorge, è morto prima di compiere il primo anno di vita. Come se non bastasse, finii in Sudafrica dopo il secondo matrimonio di mia madre con il console della suddetta nazione. Quando qualcuno mi parla di radici abbasso lo sguardo e mi zittisco.
Ebbi dei fratellastri, pensai che potesse essere una bella notizia, salvo poi sentirmi estraneo al nuovo nucleo. Almeno imparai l’inglese e con esso i suoi autori più rappresentativi: Shakespeare, Poe, Milton, per dire alcuni dei componenti della mia nuova famiglia, per la quale a volte apparecchiavo per quattro. Difatti il mio secondo amico inesistente era inglese: si chiamava Alexander Search, lo conobbi a 11 anni.
Non accadde tanto: tanti viaggi per svariate isole – i porti mi facevano sorridere ironicamente perché nella mia testa non arrivavano mai degli attracchi; poi tante letture, immersioni potrei definirle, anche nel latino, infine la laurea all’università di Capo Buona Speranza.
Nel 1905 tornato in Portogallo, alla mia Lisbona, mi iscrissi per la specializzazione in lettere ma non avevo più questa voglia. Così continuai a scrivere poesie in inglese, e poi in portoghese, a entrare nell’ambiente letterario, fondare riviste, lavorando alla traduzione di corrispondenza commerciale, un lavoro che viene normalmente definito “corrispondente estero”. Anche perché poeta e scrittore per quel che mi riguarda non hanno a che fare con l’ambito del lavoro, bensì fanno parte delle vocazioni di un uomo.
Sì…d’accordo insomma, ma cosa ero?

Gli eteronimi sono personalità fittizie, appartenenti a me, l’ortonimo, che godono di una loro personalità e di tutte le conseguenze di quest’ultima. Riflettevo sul fatto che il mio cognome nella lingua madre significhi persona. Che ridere, io che ne ho ben quattro dentro, ma nessuna veramente: il futurista Álvaro de Campos, il medico neo-pagano Ricardo Reis e il poeta-filosofo irritato dalla metafisica Alberto Caeiro. Ma tra questi uno, Bernando Soares, è quanto più Fernando di Fernando. Lui fa più o meno il mio stesso lavoro, si affaccia su Lisbona allo stesso modo in cui lo faccio io, di notte indaga, crea, si scandaglia l’animo ancora più di me, è ancora più inquieto tanto da scrivere un libro, un libro dell’inquietudine. Malinconia di posti non visti, di felicità non ottenute, lo assale, ma ancora prima di provarne il rimorso si capacita del fatto che è il solo desiderio, non la sua realizzazione, ad avere effetto su di me. Insomma, troverei sempre il modo di lamentarmi. È molto facile mischiare la persona con cui accordare i verbi, un confine molto labile separa i pronomi personali. Realmente mi manca un’infanzia, forse questa è la causa di tutto e quindi niente. Ho posto la radice solo dentro di me tanto da prosciugarmi: sforzandomi di sentire ho forse bucato il timpano del mio essere. Fitte di dolore sordo mi assalgono. Accidenti, solo Lisbona mi consola e mi capisce, silenziosa e viva, abbracciata dal mare e colma di sfumature.
Ma se invece fosse tutta una finzione?
Crivellandomi attorno alla domanda, ho sciolto con questa equazione poetica la mia reale attività:

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

Non ci è voluto del talento per scrivere queste parole. In realtà dubito del mio talento, credo nel mio coraggio e nella schiettezza verso l’esistenza.

L’uomo è un animale solo perché non sa esserne uno preciso. E io vivevo come sottoposto sempre a un’operazione a cuore aperto, dove né bisturi, né punti di sutura o simili oggetti colpivano il mio essere inerme, ma sogni, silenzi, panorami, l’esistenza tutta, che mi passava davanti mentre l’analizzavo ossessivamente, non sapendo ancora se così facendo ne stavo corrompendo la spontaneità o compreso a fondo i misteri. Tanta esistenza ho posseduto, poca ne ho vissuta.. Sì, io non ho vissuto l’esistenza che avevo capito fin troppo.

Certo, a volte mi sarebbe piaciuto camminare tra la folla spensierata senza interrogarmi su ogni singola anima e punto di vista diverso dal mio chiedendomi come fosse possibile tutta questa moltitudine, ma questa era la mia predisposizione, di cui io stesso ero la più facile vittima.

«Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra essere l’unica possibile.»

Per sfuggire al sovraccarico bevevo molto, tanto che mi venne un certo dolore al fegato, tramutatosi in epatite.

Che cosa triste. Mi pento in fin di vita di non aver mai scritto lettere d’amore: questo sentimento mi è sempre parso tinto da un’aura di incomunicabilità, dove la parola pronunciata non era che una falce funesta della verità d’amore che volevo vivere. C’era qualcuna pronta ad amare i miei silenzi? Può darsi.

Fino alla fine ho pensato di soffrire di prosopagnosia personale, la malattia di chi non riconosce i volti, tanto che le mie ultime parole furono la richiesta di un paio d’occhiali per guardarmi bene allo specchio.

Allora alzandomi claudicante nelle luci bianche e verdi dell’ospedale di Lisbona, avvicinandomi chiesi: sei proprio tu quello che si guarda allo specchio?
Sei tu Fernando Pessoa?

«Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia,
non c’è niente di più semplice.
Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte.
Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei.»

Manuel Torre

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