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Ancora ricordo quello stagno. Mi ricordo di quando gli ho scattato una foto. E ricordo che mi era stato detto solo un momento prima che loro gettavano le ceneri in stagni come questo, nella terra intorno Oświęcim. Era una tranquilla e soleggiata mattina d’agosto sei anni fa ad Auschwitz-Birkenau. Ero con un gruppo di giovani tedeschi, studenti liceali e universitari, accompagnati da una donna bielorussa, che era sopravvissuta ai campi della morte da bambina, e lo staff di un sito commemorativo tedesco. Il giorno prima eravamo stati in quello che è chiamato “Stammlager”, o Auschwitz I, il primo campo ad essere costruito lì nel maggio 1940. Era più piccolo, e affollato. Siamo passati attraverso la famigerata porta con la frase “Arbeit macht Frei”. I campi erano pieni di gruppi di turisti, e sembrava più un’attrazione turistica che un luogo di commemorazione. Le persone non aiutavano: puoi fare foto quasi ovunque ad Auschwitz – tranne che nella camera a gas ricostruita, di fronte alla quale un cartello chiede di non fare fotografie per rispetto nei confronti dei molti che sono morti in queste stanze. Questo non ha fermato i flash mentre camminavamo. Certo, ci sono nonostante ciò immagini che non posso dimenticare di quel giorno. Nella mostra israeliana, il grande Libro dei Nomi pendeva dal soffitto, contenente 4.2 milioni di nomi. I mucchi di valigie su cui le persone avevano scritto il loro nome, che aspettavano di ritornare indietro. Ho riconosciuto un indirizzo familiare – c’era sopra la strada della mia scuola elementare, ad Amburgo. Altri mucchi: occhiali, cucchiai, scarpe ed infine: capelli.

Ma Birkenau era differente. Era largo e vuoto. I binari ferroviari, il motivo visto migliaia di volte. Ma anche un sacco di nulla. I forni crematori erano stati fatti saltare in aria, in un inutile tentativo di nascondere i crimini. Birkenau era terribilmente vuoto. Ti dava lo spazio per pensare.

Pochi mesi fa, la CNN ha commissionato un sondaggio tra 7.000 europei: tedeschi, austriaci, francesi, inglesi, ungheresi, polacchi e svedesi. Veniva chiesta la loro visione dei loro cittadini ebrei, e la loro conoscenza della Shoah (il termine biblico che talvolta è preferito alla parola Olocausto poiché quest’ultima implica una sorta di sacrificio). I risultati sono stati scioccanti: tra i giovani austriaci uno su otto aveva detto di non aver mai sentito parlare di Olocausto. In Francia un ragazzo su cinque dai 18 ai 34 anni aveva detto lo stesso. Quattro adulti austriaci su dieci avevano detto di sapere ‘giusto un poco’ riguardo la Shoah. La questione è andata oltre il continente europeo, comunque: uno studio simile tra gli americani ha scoperto che il 45% dei cittadini statunitensi adulti non è riuscito a nominare neanche un singolo campo di concentramento.

Lo studio non ha dipinto un’immagine interamente sconfortante, comunque: il 93% degli americani intervistati era d’accordo che tutti gli studenti dovessero essere informati riguardo la Shoah a scuola, e quattro su cinque pensavano fosse importante continuare ad insegnarlo per prevenire la ripetizione di tali atrocità. Ancora, è chiaro che l’Olocausto – anche se effettivamente lentamente – sta svanendo dalla nostra memoria collettiva. Una domanda che non potrebbe ancora esercitare pressione potrebbe molto presto farlo  nel giro di pochi anni: cosa fare riguardo la nostra memoria del passato? Qual è il valore di preservarla, e come dovrebbe essere fatto – dopo tutto, il 70% degli intervistati al sondaggio americano era d’accordo con l’affermazione che meno persone si interessano dell’Olocausto di quelle che lo facevano in precedenza.

Tutto questo tiene conto, certamente, del fatto che il genocidio degli ebrei in Europa è forse l’atrocità più rilevante nella storia del mondo recente. Immagina di chiedere a dei giovani americani cosa sanno del genocidio in Rwanda – o a dei giovani europei cosa è successo a Srebrenica: il numero sarebbe sicuramente peggiore. E questo nonostante il fatto che tali genocidi siano avvenuti negli anni ‘90, appena un quarto di secolo fa. Dimenticare il passato rende più facile per la storia ripetersi – un punto più drammaticamente semplificato dal fatto che Adolf Hitler lo sapeva quando retoricamente chiese ai suoi generali nel 1939: “Chi, dopo tutto, parla oggi dello sterminio degli Armeni?”, che era successo circa venticinque anni prima.

Ricordare importa in due modi. Il primo riguarda il passato: il mondo non è riuscito a fermare gli omidici di massa di innocenti – il minimo che si può fare ora è onorare quelli che hanno perso la vita. Le decine di bambini che non sono mai cresciuti. Le famiglie che non si sono mai ritrovate. I giovani che non hanno mai potuto vivere la loro vita. Quelli che sono morti e quelli che hanno vissuto solo per essere tormentati dalla loro memoria. Il Libro dei Nomi ad Auschwitz serve proprio a questo e bene: milioni di persone sarebbero potute essere solo un numero. Ma un nome appena può essere potente abbastanza da rendere una tragedia personale. Date di nascita e morte, la brevità tra loro simboleggia le vite spezzate troppo presto. Le informazioni su una famiglia, sulla professione di una persona. Una foto. Una lettera. Una scarpa. Un paio di occhiali. Le vittime di Auschwitz non sono fantasmi, sono persone, persone reali che hanno vissuto vite reali, vite che sono state loro rubate. Non hanno potuto vivere le loro vite, ma noi lo facciamo – e il dovere che dobbiamo loro è di ricordare. Ricordare e ricordare e ricordare ancora.

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Mucchi di utensili da cucina nel campo della morte di Auschwitz-Birkenau, agosto 2013

Il secondo concerne il presente, e il futuro. La seconda ragione per cui dobbiamo ricordare è che il passato ha delle lezioni da insegnarci. Come l’immagine dei binari ferroviari di Auschwitz che lentamente svanisce dalla nostra umana memoria collettiva, così, allo stesso modo, la conoscenza di ciò che si potrebbe imparare dal passato sta diventando più debole. Gli effetti possono già essere osservati in questi giorni, quando si dibatte su certe questioni senza prendere atto della loro portata storica: si discute dell’Unione Europea parlando puramente delle sue difficoltà e dei suoi problemi, trascurando la ragione per cui è stata istituita. Perché avere le Nazioni Unite, perché attenersi a regole internazionali, chiedere una nuova amministrazione degli Stati Uniti – questioni alle quali i suoi predecessori sessanta o settanta anni fa non avrebbero avuto difficoltà a rispondere.

Imparare le lezioni della storia, comunque, non è lo stesso che usare Auschwitz come mezzo retorico per sostenere l’argomentazione di qualcuno. Quando la politica di separazione dei rifugiati dell’amministrazione Trump è stata adottata l’anno scorso e la stampa mondiale ha pubblicato immagini di bambini migranti prese attraverso intercettazioni, alcuni della sinistra hanno velocemente disegnato una linea con le immagini dei campi di concentramento nazisti. Questo è stato, come tutti sanno, un crudo confronto: nei campi di concentramento, i prigionieri erano soggetti a quotidiani, arbitrari abusi; erano forzati fino all’’esasperazione, torturati, deliberatamente malnutriti e soggetti a crudeli esperimenti ‘medici’. L’intero complesso del campo di concentramento era stato disegnato per facilitare lo sterminio delle persone. Questo non è, certamente, ciò che è accaduto nella tendopoli vicino al confine meridionale statunitense. Questo è il punto: separare le famiglie di migranti è crudele e orrendo di per sé, la disumanità di una tale politica è evidente senza bisogno di confronti storicamente inaccurati. Imparare da Auschwitz non significa che dobbiamo disegnare linee dirette ogni volta, significa imparare dal passato ad essere attenti, a difendere  valori come la dignità umana, la tolleranza, e l’umanità.

Quindi, quanto siamo attenti oggi? La reazione del mondo alle atrocità di massa, sembra, è più frammentaria e variabile che ampia e robusta. Quando 10,000 persone sono state uccise e 800,000 cacciate dalle loro case in Kosovo nel 1999, la capitale da cui questi crimini erano stati organizzati – Belgrado – fu bombardata su richiesta dalle bombe della NATO. Quando 10,000 persone sono state uccise e 800,000 cacciate dalle loro case in Myanmar nel 2017, abbiamo mandato avvocati delle Nazioni Unite per dirci che fosse un genocidio – per poi ignorare il fatto mentre il Bangladesh silenziosamente negoziava il rimpatrio di rifugiati in una nazione che cercara di cancellare la loro esistenza.

Ora quando il Ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer ha provato a spingere il suo partito pacifista dei Verdi a votare in favore dell’intervento della NATO vent’anni fa – la prima operazione militare della Germania dal 1945 – stava in piedi davanti al leggio della conferenza del partito ripetendo il mantra “Nie wieder Auschwitz” – mai più. Gli scettici sui bombardamenti della NATO hanno subito attaccato la sua presunta retorica di esagerazione, anche se Fishcher ha ricordato nel suo discorso che “Auschwitz è incomparabile”. Ma la lezione di Auschwitz, ha affermato, era un mai più. L’uomo che attualmente ricopre la carica di Fischer, Heiko Maas, una volta ha espresso simpatia per la visione del suo predecessore, e dichiarato che è stato l’orrore di Auschwitz a motivarlo ad entrare in politica. Ancora, allo stesso tempo, quando gli è stato chiesto del dovere della Germania di prevenire odierne atrocità, Maas ha risposto: “La Syria non è Auschwitz”. Certo, ha ragione, e si riferiva alll’inadeguatezza di un crudo confronto in questo messaggio. Ma è ugualmente giusto che uno possa chiedere quanto lontana la comunità internazionale è giunta quando sosteniamo un inconcepibile crimine di guerra, se sono stati commessi in Rwanda e nella ex-Yugoslavia vent’anni fa; o in Syria, Yemen e Myanmar oggi.

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Uccelli che volano sopra un blocco di celle al campo di concentramento Aischwitz I, agosto 2013

Le questioni sollevate dal passato, e come si connettono con le nostre vite, non sono semplici da disfare e risolvere. Ma necessitano di essere affrontate. La memoria non è un semplice esercizio, richiede non solo di preservare i fatti e tenerli nella nostra coscienza collettiva, impone anche il rispetto del passato. Più distante l’orrore diventa, più le persone si sentono slegate dal bisogno di rispettare la memoria di coloro che sono stati vittime della maggior parte dei crimini nella storia dell’umanità. L’incredibilmente diffuso e disgustoso fenomeno delle persone che si fanno selfie in vacanza in luoghi come Auschwitz è ampiamente descritto, in articoli e libri e film. Ma anche commemorare rispettosamente il passato ha poco valore se non è collegato con un processo di apprendimento per il futuro. Nell’aprile del 1993, all’inaugurazione del museo dell’Olocauso negli Stati Uniti a Washington, la sopravvissuta alla Shoah Elie Wiesel ha diretto alcune parole al presidente Bill Clinton, che era seduto tra il pubblico: “E, Signor Presidente, non posso non dirle niente. Sono stata in ex-Jugoslavia lo scorso autunno. Non sono riuscita a dormire per ciò che avevo visto. Da ebrea sto dicendo che noi dobbiamo fare qualcosa per fermare lo spargimento di sangue in quella nazione! Le persone combattono tra loro e i bambini muoiono. Perché? Qualcosa, qualsiasi cose deve essere fatta”. Era una diretta sfida alla risposta riluttante dell’amministrazione Clinton al recente spargimento di sangue in Europa, una sfida a prendere il passato abbastanza seriamente da imparare la sua lezione. Questa sfida non è solo per i leader, comunque, ma per tutti noi, e suona vera oggi come in quel giorno piovoso a Washington ventisei anni fa. La memoria importa. Tenerla viva, insegnare la storia, diffondere la parola è una missione morale. E imparare dalla storia importa altrettanto, prendere dai nostri fallimenti passati e agire differentemente in futuro. Per prendere in prestito le parole di Elie Wiesel, noi non possiamo non parlare di Auschwitz.

David Zuther

Traduzione di Martina Moscogiuri

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