Lo scorso lunedì mi ha scritto una mia amica. “Ho una cosa da scrivere su un argomento alquanto importante, mi piacerebbe molto se si potesse mettere sul tuo blog”, recitava il suo messaggio. Se in un primo momento ho pensato che a breve avremmo avuto una nuova collaboratrice, il mio errore fu presto evidente. Questa mia amica, che per ovvi motivi – resi ancor più ovvi dai legami di conoscenza che legano parte dei nostri redattori con parte del nostro pubblico – mi ha chiesto di poter restare anonima, mi ha voluto lasciare un messaggio, una piccola testimonianza di come ancora oggi la vita di una donna possa essere un inferno. La riporto integralmente: 

“È da una settimana che piove interrottamente a Roma, e ogni sera guardo le previsioni del meteo per il giorno dopo, sperando in un po’ di sole. Ieri sera finalmente il mio fidato sito mi dà 14 gradi e sole perenne. Sono contenta, mi manca la primavera. Non l’estate – d’estate fa troppo caldo – ma la primavera, con la sua brezza, i fiori di ciliegio che sbocciano e quel sole che ti mette di buon umore. 14 gradi, ottima temperatura per non coprirsi di strati di maglioni, cappello, sciarpa, guanti, il classico giubbotto che mi dà 20 kg in più. È deciso, domani mi metto la gonna.
Mi preparo i vestiti: una semplice minigonna di jeans, calze nere, le parigine perché comunque siamo ancora a febbraio, una maglietta a collo alto, la sciarpa – che è sempre ottima contro il mal di gola – un giubbotto lungo fino alla coscia e un paio di stivaletti.
Mi sveglio bene, felice, e mi sento davvero bella cosi. Scendo di casa, il sole splende e mi avvio verso la fermata ad aspettare l’autobus per l’università. Arriva un autobus, ma non è il mio. Tutto bene, fino a 10 secondi dopo.
Scende un uomo sulla settantina e mi si ferma davanti. Mi guarda. Anzi no, non guarda me: inizia a fissare i 10 cm di pelle semi-scoperta che sono rimasti tra le parigine e la gonna.
Continua a fissarmi e poi per mezzo secondo alza lo sguardo. Mi guarda in faccia e con il tono di voce più viscido che abbia mai sentito mi dice “Stai proprio al top così”.
“Ma sì dai, ti ha fatto un complimento, cosa c’è di male”, si potrebbe pensare. Nulla, davvero nulla: ricevere complimenti è bello e mi è capitato anche altre volte che una persona anziana mi guardasse e mi dicesse “come sei bella” o simili, ma lo facevano sempre in modo diverso, mi guardavano negli occhi, mi sorridevano come si sorride alla propria nipote. Lui mi ha guardato come si guarda un oggetto.
Sapete com’è, quando qualcuno fa un complimento è istintivo dire grazie, e io l’ho fatto, ma mi sono accorta del mio sbaglio nello stesso secondo in cui lui è tornato a guardami le cosce. Mi sono vergognata, ho iniziato ad agitarmi: perché ho detto grazie?
Ho affogato il viso dentro alla sciarpa e mi sono stretta il giubbotto.
“Ti prego smettila, smettila di guardarmi” era l’unica cosa che riuscivo a pensare mentre lui si allontanava lentamente con gli occhi ancora fissi su di me. Ah no, non su di me, ma sempre su quei 10 cm di pelle.
Proprio nello stesso momento si stavano avvicinando altri due uomini, probabilmente sulla quarantina. La mia piccola testa da bambina spaventata sperava magari in una parola di conforto: loro avevano visto tutto, avevano visto la mia reazione e avevano visto quell’uomo.
Voi che avreste fatto? Uno sguardo di compassione alla ragazza, un sorriso, magari avreste detto qualcosa a quel uomo? Sì? No? Loro no. Loro hanno fatto la stessa cosa che ha fatto lui. Hanno iniziato a fissarmi, sempre in quel punto, mentre io ero ancora con la faccia coperta dalla sciarpa.
“Guarda che se rimani qui crei un incidente”.
Che vergogna, ma che ho? È troppo corta la mia gonna? Perché mi dicono queste cose?
Non ho risposto. Ho guardato dall’altra parte mentre loro mi passavano accanto parlando tra di loro.
“A me ha già fatto andare fuori di testa”.
“Mi vado a cambiare, torno a casa e mi cambio”, ho pensato. Ho iniziato a colpevolizzarmi: perché mi sono messa la gonna? Solo l’arrivo immediato dell’autobus che stavo aspettando mi impedì di tornare a casa.
Ci ho riflettuto per tutto il viaggio su quanto successo. Sono sempre stata portatrice del concetto secondo il quale ognuno si veste come vuole, che l’abito non fa il monaco, ma in quella situazione mi sono colpevolizzata.
Forse loro pensano che mi sarei sentita lusingata, che mi avrebbero fatta sentire al top.
Ci pensavo mentre camminavo verso l’università e altri come loro, ultra-quarantenni, mi guardavano da lontano o si giravano mentre li sorpassavo, e si scambiavano battute.
Ho iniziato a pensare a tutti quei casi in cui le ragazze vengono violentate con fattore scatenante il loro modo di vestire oppure perché era notte e stavano da sole. Ho iniziato a pensare alle lotte femministe che ci sono, che ora sono incentrate molto sulla disparità tra sessi in campo lavorativo. Ma non è quello il punto. Nessun tipo di movimento può cambiare queste cose. Qui, di fondo, manca l’educazione, e se lo fanno persone che potrebbero essere mio padre, mio nonno, cosa devo aspettarmi dai ragazzi della mia età? Non cambierò il mio modo di vestire, o almeno spero di non farlo. Anche se ora sono più insicura.
E no, l’abito non fa il monaco, ma solo se sono gli altri a deciderlo.
Comunque domani ci sono di nuovo 14 gradi e c’è il sole, però io mi metterò i jeans.”

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