Ritorni di fiamma

Il recente annuncio del ritiro degli USA dal trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces Treaty) ha destato un certo grado di scalpore a livello internazionale, sia per il complesso ventaglio di problematiche che porta con sé, sia per il fatto di suonare quasi anacronistico nel riportare alla mente l’immaginario bipolare del secolo scorso. La Russia di Putin ha prontamente risposto, nel giro di ventiquattr’ore, annunciando di ritirarsi a sua volta dal trattato in questione, aprendo di fatto la strada a pericolosi sviluppi e sancendo la fine di un periodo di generale equilibrio nella regolazione degli arsenali nucleari che risale agli anni ’60.

Inevitabilmente, il delicato campo su cui vengono scambiate dichiarazioni di questo tipo rimanda all’epoca della cosiddetta Guerra Fredda, che nell’immaginario dei più si materializza in un’opposizione tra appunto gli USA e (l’allora) URSS, ed in modo forse più celebre nel pericoloso gioco di equilibri/squilibri connesso alla corsa agli armamenti. Quello del deterrente nucleare è un problema che combina strategia militare, etica, politica, filosofia. Non solo: è un problema giovane, che fino all’utilizzo in conflitto dei primi due ordigni nucleari sulle città di Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945– con le inevitabili e orrende conseguenze del caso sotto gli occhi del mondo intero – non era neanche lontanamente delineabile per poterlo affrontare in modo analitico e preciso.

L’impiego dell’energia nucleare in campo militare ha sconvolto il concetto stesso di guerra, travalicando le dimensioni di paesi, eserciti, difese, spazzando via i tradizionali equilibri militari vecchi di secoli, riducendo i poli di potere a livello mondiale ed attribuendo alla geopolitica e alla scienza del conflitto il carattere di una pericolosa partita a scacchi avente come plancia di gioco il pianeta stesso.

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Il possesso di ordigni nucleari costituì un problema in primo luogo per gli stessi Stati Uniti: un’arma di distruzione di massa metteva in discussione l’oggetto stesso della guerra. Non più la sconfitta del nemico, ma la cancellazione totale di esso, del suo territorio, dei suoi cittadini.
Oltre a questo problema di tipo “filosofico” e nonostante le previsioni ottimistiche circa la durata del monopolio americano sul nucleare, fin da subito gli Stati Uniti si attivarono – tramite l’ONU, fresca di fondazione nel 1945 con la carta di S. Francisco – per delineare un programma di controllo a livello internazionale sull’energia atomica, in vista di un risultato positivo da parte dei sovietici nello stesso campo.
Alla fine del secondo conflitto mondiale, infatti, da alleati contro la minaccia nazista, Stati Uniti e Russia divennero ben presto le uniche superpotenze mondiali, due colossi divisi dagli oceani, titani rivali e con rispettive aree di influenza, contrapposte da un conflitto ideologico-politico-economico, consacrato nella storica “battaglia” tra capitalismo e comunismo.
La strategia degli Stati Uniti si plasmò in quella del “contenimento” di quelle che furono giudicate “tendenze espansionistiche” sovietiche, cristallizzata nella cosiddetta dottrina Truman. Tale strategia dipendeva in modo simbiotico dalla presenza costante di forze americane dispiegate in ogni angolo del globo, e non era tanto l’ impiego effettivo, quanto la presenza stessa e l’idea di un possibile impiego di tali forze che avrebbe costituito il deterrente necessario a far desistere ogni tentativo di attacco rivale.

Battendo ogni più ottimistica previsione, l’Unione Sovietica fece esplodere il suo primo ordigno nucleare nel 1949, rimettendo in discussione molti dei programmi americani: uno stallo nucleare avrebbe di fatto spostato il centro della questione sulla dimensione dei rispettivi eserciti di terra, campo in cui l’Unione Sovietica avrebbe avuto un sostanziale vantaggio tattico. La risposta americana fu dunque quella – in accordo con le linee guida dettate dal NSC-68 – di aumentare la propria forza militare e quella dei propri alleati, in modo da ricostituire un equilibrio a livello mondiale.

Gli anni ‘50 videro un aumento della ricerca in campo nucleare da parte americana e sovietica. Negli USA fu attivata un’efficace propaganda che illustrava gli effetti benefici dell’impiego del nucleare in medicina, nella scienza della preservazione di cibi, nell’abbattimento dei costi per l’elettricità, prefigurando un mondo non troppo distante nel tempo in cui le classiche forme di energia sarebbero state rimpiazzate dal nucleare. Il fatto di presentare i benefici delle applicazioni “civili” del nucleare avrebbe fatto guadagnare popolarità al sistema di impresa privato americano e al livello di avanzamento tecnologico in campo di ricerca americano, oltre a fungere da baluardo della difesa della democrazia contro il comunismo.

La decade successiva fu segnata da eventi potenzialmente disastrosi per gli equilibri e le sorti del pianeta: la crisi missilistica di Cuba rappresenta ad oggi il momento più vicino ad una vera e propria catastrofe nucleare. Dopo la tentata invasione della Baia dei Porci (1961), autorizzata da J.F. Kennedy nonostante i pareri contrari da parte di membri della sua amministrazione e rivelatasi un cocente fallimento per gli USA, i cubani strinsero i rapporti con l’Unione Sovietica, che in seguito ad un accordo tra Castro e Kruschev, fornì dei missili con testate nucleari da poter installare sull’isola per scoraggiare una futura invasione americana. Gli USA ricevettero notizia della presenza dei missili dopo un’operazione di sorvolo della zona, e immediatamente allestirono un blocco navale per fermare ogni ulteriore rifornimento all’isola. Dopo giorni di tensione e di continui negoziati, i sovietici acconsentirono al ritiro dei missili a condizione che gli USA rinunciassero a nuovi tentativi di invadere l’isola e smantellassero le basi americane in Turchia.  

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La scampata tragedia mise in apprensione i piani alti di entrambe le superpotenze, dando luogo ai primi timidi tentativi di proporre degli accordi negoziati che avessero come oggetto la limitazione (e in modo più lungimirante, il progressivo smantellamento) dei rispettivi arsenali nucleari.
Il primo, storico accordo sulla questione venne raggiunto a Mosca, dopo anni di negoziati, e fu firmato da Nixon e Brezhnev nel 1972. Nonostante a livello sostanziale l’accordo in questione non costituisse una massiccia limitazione degli armamenti, perché riferito solo a specifici tipi di missili e di sistemi anti-balistici, a livello internazionale fu percepito positivamente ed aiutò l’inizio del cosiddetto periodo di détente tra le due superpotenze. Il SALT I fu seguito, nel 1979, dal SALT II, un accordo più dettagliato che estendeva i suoi effetti ad altri tipi di armamenti, pur preservando alcuni progetti di difesa militare delle parti.

La successiva invasione sovietica dell’Afghanistan, sempre nel 1979, compromise l’iter di completa entrata in vigore del trattato, in quanto gli USA rifiutarono di ratificare il trattato, pur onorandone i termini.

Il periodo di distensione tra le superpotenze subì un’ulteriore battuta di arresto negli anni ’80, quando con la Presidenza Reagan si inasprirono i rapporti USA-USSR e la spesa militare statunitense crebbe considerevolmente, anche con riguardo ad ambiziosi progetti quali la Strategic Defense Initiative, una sorta di scudo sull’America apparentemente in grado di respingere qualsiasi attacco nemico – poi dichiarato irrealizzabile, ma con un sicuro potere persuasivo per l’epoca.
Verso la fine del decennio, l’importante INF Treaty (1987), ora oggetto del ritiro da parte dei due paesi, contribuì ad un riavvicinamento e ad una soluzione del cosiddetto problema degli “euromissili”, armamenti installati in Europa da parte di USA e URSS. Il trattato ha una forte componente innovativa in quanto gli armamenti in oggetto non furono solamente ritirati o limitati, ma eliminati in modo definitivo.
Gli accordi START I (siglato cinque mesi prima della caduta dell’Unione Sovietica, nel 1991) e START II (1993) costituirono altri importanti progressi nella limitazione delle armi nucleari, stabilendo rigidi criteri e contribuendo, con la loro implementazione finale nei primi 2000, allo smantellamento di quasi l’80% delle armi strategiche sul pianeta.

Anche il nuovo millennio ha conosciuto trattati volti al controllo e alla limitazione degli armamenti nucleari, sempre a livello bilaterale, sempre tra i due storici “antagonisti”: il SORT del 2002 e il New START del 2010 posarono tasselli importanti nel complicato puzzle della gestione degli arsenali nucleari a livello mondiale.

E’ difficile prevedere le conseguenze di questo storico ritiro da parte dei maggiori protagonisti della corsa agli armamenti degli ultimi 70 anni, e sebbene il livello di controllo sia comunque garantito da una serie di altri trattati in merito, l’affrancarsi dai termini di un trattato su un argomento così delicato potrebbe dare un margine di manovra più ampio, i cui risultati sono orientati verso un ulteriore riarmo nel campo dei missili nucleari a media distanza, riportando un certo livello di tensione in campo internazionale.

Marco Tumiatti


Fonti:
Russel Weigley – The American Way of War
Raymond Garthoff – Negotiating SALT

 

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