Devo fare ammenda per i miei peccati, prima di cominciare questo articolo.

Esso è in gestazione da quasi tre mesi e pensavo sarebbe rimasto chiuso e incompleto nel mio Drive fino alla fine dei secoli, ma poi come una provvidenziale mano divina è arrivata la Gillette, che con la sua pubblicità The Best Man Can Be ha scatenato l’ira dei conservatori americani, un video di Pewdiepie e una serie di foto vergognose di uomini adulti circondati dai loro figli maschi che imbracciano serissimi dei fucili grossi quanto loro.

L’articolo nacque da una conversazione con un amico, che pensava che il termine toxic masculinity (da alcuni tradotto in italiano come virilità tossica) ci si riferisse a tutti quegli atteggiamenti e passioni da uomo che vanno condannati in quanto tali (e.g. molto insulso, come bere birra e amare i motori).

Il termine in realtà riguarda tutta quella serie di microaggressioni – se così le possiamo chiamare – a danno di bambini, ragazzi e uomini che in quanto tali, secondo la società dovrebbero rispondere a certe caratteristiche stereotipate.

Un esempio relativamente recente è stata l’esclamazione dello chef stellato Carlo Cracco che, rivolgendosi ad un concorrente di Masterchef visibilmente commosso lo rimbecca dicendo qualcosa come “basta piangere, sei un uomo”.

Un uomo vero in quanto tale non può piangere, non può mostrare i suoi sentimenti a meno che non siano rabbiosi e violenti. Per lo chef Cracco come per molte altre persone, un uomo commosso non è un uomo. Per Piers Morgan, Daniel Craig che porta sua figlia appena nata in uno di quei marsupi porta-bimbi è un #emasculatedman, un uomo evirato.

La scrittrice Lauren Vinopal descrive una breve storia del termine toxic masculinity nel suo articolo Toxic Masculinity Is a Myth, but Insecure Men Lash Out at Women: esso si diffonde nel 2004, quando viene utilizzato nel libro Men and Masculinities: A Social, Cultural, and Historical Encyclopedia della giornalista Amy Aronson e del sociologo Michael Kimmel, e da allora ha ottenuto un enorme successo, soprattutto a partire dal 2016, quando il termine è diventato così diffuso da apparire persino su vestitini per bambini.

I social ne danno in genere un significato molto vago, per cui Toxic Masculinity diventa termine ombrello per indicare tutti quegli atteggiamenti che, secondo la società, dovrebbero essere propri di un uomo.

Vinopal spiega come, a differenza della femminilità che viene vista come condizione fisica di ogni donna, ottenuta con l’arrivo del primo mestruo, la virilità/mascolinità è sempre stata una cosa da ottenere, da conquistare con le proprie forze.

Molte popolazioni “indigene” preservano ancora oggi tradizioni di riti di passaggio per i ragazzi, costituiti da vere e proprie prove di sopravvivenza (ad es. il rudimentale bungee jumping dell’isola di Pentecoste), ma nel mondo “civilizzato” occidentale, queste prove sono più così  istituzionalizzate, ciò che resta di questa tradizione è la continua necessità infusa nei bambini maschi sin da piccoli, di dover dimostrare il loro essere uomini veri, pena il perdere per sempre la propria credibilità come maschio e uomo.

Ciò che spinge gli uomini a crescere con la paura che la propria mascolinità gli venga in qualche modo sottratta, dipende dalla figura che l’uomo ha nella società, come spiega la sociologa Maxine Craig. L’essere uomo ha un valore maggiore nella società, è una figura estremamente sovrastimata e per questo deve lottare per mantenere questo privilegio sociale. Di contro, la posizione inferiore riservata alla donna è ciò che  probabilmente le permette di essere più libera nell’esprimere e gestire il proprio gender.

La precarietà dell’identità maschile – continua la Vinopal – è strettamente correlata a comportamenti scorretti e violenti da parte di quei maschi che maggiormente si sentono minacciati. E infatti l’ FBI Criminal Reporting mostra come tre quarti dei crimini violenti in America siano perpetrati da giovani al di sotto dei 25-30 anni, principalmente appartenenti a gruppi marginalizzati.

Il punto di vista della scrittrice è interessante poiché lei come molti sociologi sostengono che che questa famigerata virilità tossica non esista in sé, ma è semplicemente un altro termine con cui ci si riferisce a comportamenti violenti perpetrati da uomini insicuri.

Mark Greene invece, nel suo articolo Why Calling It “Toxic Masculinity” Isn’t Helping , sostiene che il termine sia fuorviante, in quanto non è la virilità in quanto tale ad essere tossica, ma la cultura della virilità/mascolinità ad esserlo.

L’educazione impartita agli uomini focalizzata sull’inscatolamento delle proprie emozioni ha conseguenze gravissime anche sulla salute stessa degli uomini. Stando alla CBC, è proprio questa cultura tossica a quadruplicare il tasso di suicidi per gli uomini canadesi.

Secondo l’AARP 42 milioni di uomini americani dai 45 anni in su  sono cronicamente soli.

Greene vede una speranza nella compassione: da esercitare nei confronti di chi – sia uomini che donne, specifica – è vittima di questa cultura tossica, da elevare a modello per le nuove generazioni. I nostri figli e figlie devono essere stimolati a sviluppare la propria intelligenza relazionale – sostiene Greene – sin da piccoli, deve essere loro insegnato un metodo sano per gestire ed abbracciare le proprie emozioni, senza reprimerle, e deve essere fatto soprattutto proponendo loro dei modelli maschili “positivi” .

Un lavoro interessante per quanto riguarda la gestione delle emozioni è quello che è stato documentato in The Work, documentario del 2017 girato nella prigione di Folsom, carcere di massima sicurezza in cui vengono organizzate delle sessioni di terapia della durata di 4 giorni e a cui possono partecipare uomini dall’esterno. Esso offre numerosi esempi di effetti della cultura tossica della mascolinità specialmente nella loro forma più estrema: urla quasi sovrumane fanno da sottofondo alla terapia, che avviene in piccoli gruppi (dei quali ne seguiamo soltanto uno) e sotto la supervisione di moderatori. È letteralmente un’esplosione di emozioni quella che ci si para davanti, con uomini che riescono finalmente dopo anni a versare lacrime per i propri familiari morti o che riescono ad affrontare il senso di incapacità lasciatogli addosso da genitori troppo severi.

Lascio il link al sito ufficiale, ma l’opera  facilmente reperibile online in streaming e ne consiglio la visione.

Annabella Barbato

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