Il problema dello script

Per chi studia e fa cinema è difficilissimo distaccarsi dai modelli anglosassoni sul piano teorico come su quello tecnico. La sceneggiatura precede l’immagine come struttura del film, non come aggiunta eventuale alla narrazione visiva.

Pochissimi registi partono da disegni, figure o luoghi rappresentati su carta, che siano poi da collegare creando una successione logica delle immagini.

Il problema con il testo cinematografico è il suo legame originario con il teatro, riesumato dai testi di oltreoceano: E’ curioso che nei manuali americani sia tornato di voga il three act model che era alla base delle commedie americane degli anni Trenta sceneggiate da Ben Hecht. Tutto il teatro borghese dell’Ottocento e inizio Novecento era in tre atti.

Così osserva giustamente Suso Cecchi d’Amico (1914-2010) che quella struttura studiò e applicò, portandola una volta smussata nel contesto italiano, che a certe rigidità non era avvezzo. Hitchcock ricordava non per niente a Truffaut che gli italiani non curavano la struttura: anche se lui si riferiva alla meccanica visiva, questa frase può certo rientrare nel nostro discorso.

I nostri registi hanno infatti preferito far ricorso alla libertà espressiva del romanzo. Fellini (1920-1993) in questo si eleva sopra i suoi colleghi: con approccio fluido aveva assorbito certi aspetti di Joyce per poi inglobare la sua esperienza narrativa in un autonomo senso pittorico e fotografico, superando gli altri sul piano dell’esperienza estetica. 8 ½ sia da esempio.

L’esperiento felliniano fa quindi emergere il problema della forma mentis dell’autore, più o meno capace di far andare parola ed immagine in sincronia, di avere un senso organico degli elementi che compongono il suo mondo creativo.

Il suggerimento, sempre della D’Amico, di scrivere cogli occhi è uno di quelli meno usati nei confronti dei giovani sceneggiatori. Senza la conoscenza estetica, cromatica, compositiva dell’effetto finale non ha alcun senso puntare alla struttura del testo.

Inoltre, affidarsi alla struttura a tre atti riportata nei testi di studio di Robert McKee, Dara Marks, Linda Seger potrebbe essere utile per i novizi, ma non certo per chi voglia superare le regole narrative ed arrivare ad uno stile personale: si ricordi infatti che l’empatia nasce da un rispecchiamento dello spettatore nei personaggi, nella loro esperienza in generale o nei singoli momenti del film.

Questo dovrebbe far puntare non tanto alla rigidità meccanica del tipico arco del personaggio col rischio di essere ripetitivi o pedanti ma piuttosto a riportare l’immagine ad una sua supremazia, ad una riscoperta della sua potenzialità. La narrazione troverebbe nuova linfa e giovamento dalla rottura di catene così pesanti.

Antonio Canzoniere

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