Sono le 4 di domenica pomeriggio, sono ancora rincoglionito dalla sera prima (3 supplì e 7 pizzette rosse non sono riuscite a fermare l’incombere accerchiante di 3 pinte e due shot di whiskey sulla mia testa) e in cerca di sollievo ma soprattutto speranzoso di una miracolosa ripresa, mi reco al baretto sotto casa. L’atmosfera è quella che si può immaginare in un bar di un quartiere semi-periferico alle 4 del pomeriggio con sosta delle nazionali: un via vai lieve ed estatico di pance ancora provate dalla teglia di lasagna della suocera (o della moglie o della cognata o di chi vi pare). Il caffè è la mia ultima spiaggia, vorrei recuperare almeno un po’ di lucidità per non sentirmi in colpa anche oggi, santificare le feste rendendomi produttivo in un ossimorico tentativo di redenzione postprandiale, producendo nel giorno dedicato al riposo. Vorrei farlo perché negli altri giorni non faccio un cazzo comunque. Poi posso cazzeggiare per altri 10 giorni senza il peso sulla coscienza di essere stato preso da una lascivia protosatanica, causa dei miei anni fuoricorso (non si chiede mai quanti sono, maleducati!).

Fatto sta che con la mia andatura dondolante riesco a fare quei 500 metri che mi separano da casa al baretto e finalmente mi reco al bancone. Ad accogliermi c’è lei, Concettina, una simpatica signora sulla sessantina che gestisce l’attività da almeno 30 anni: alternati. Dico alternati perché in realtà questo bar ha avuto più gestioni degli amanti di Messalina e Cicciolina messe insieme, e lei ogni tanto sbucava fuori con la sua placida espressione e la sua stoica temperanza. Donna sveglia, di fatica.

Le chiedo un caffè. Continua a guardarmi. La osservo un attimo, cerco di carpire i suoi pensieri, e soprattutto se ha compreso quello che le ho detto. No, non lo ha compreso. Il suo sguardo è rivolto verso due signori seduti al tavolo dietro che riescono a interpretare alla perfezione quello che Flaubert aveva sempre desiderato raccontare, fallendo miseramente: il nulla. Mi intrometto fra il suo sguardo e l’utopia flaubertiana: si è accorta di me!

Mi fa: «dimmi, caro!»

E io: «un caffè!»

Stavolta mi sa chi mi ha sentito, perché si è girata verso la macchina. Però a un tratto si ferma e contempla non so cosa. La lascio fare, non voglio immischiarmi questa volta, mi fido della sua capacità ricettiva; forse tra un quarto d’ora si ricorderà e mi farà questa benedetto caffè. Certo, questa situazione favorisce solo la mia procrastinazione, ma sono comunque fiducioso.

Poi il colpo di scena: con fare irruento, sicuro e criminale, entra lui, il mitico unico e inimitabile “boss di quartiere”.

Genoveffo si avvicina al bancone e urla, biascicando: «Concetti’, famme un caffè! Daje, su, sbrigate che vado de fretta!»

Se non che, si gira, si volta verso me e fa: «Oggi è domenica e  a me me tocca lavora’. Ma te pare giusto?»

No, nel giorno del Signore, no. È una cazzo di crudeltà. Ma poi che lavoro fai? Posso immaginare. Però meglio farmi gli affari miei: l’ultimo che ha fatto innervosire Genoveffo s’è fatto 4 giorni di prognosi al Pertini.

Sto meglio a casa mia, grazie.

Provo a rispondere (se fossi evasivo, le prenderei lo stesso: ormai devo assecondarlo): «Eh, lo so. Ma che tocca fa’? Questo e altro per campa’»

Potevo anche rispondergli che non ci sono più le mezze stagioni e  che si stava meglio quando si stava peggio, ma mi sono fatto i cazzi miei. Meglio mantenere questo aplomb.

Al ché, lui prosegue: «Immagino che te oggi stai de riposo, ma domani te tocca riprende. Eh, voi impiegati, beati a voi che non c’avete cazzi per la testa. Io sto in proprio da quarant’anni e non poi capi’ quanto devo pena’ pe’ porta’ a casa na pagnottella co’ un po’ de latte…»

C’hai due figli de 21 e 19 anni e girano tutti e due col CLA. Te c’hai il Range Rover modificato che fa due a litro. Tua moglie, il Mini Cooper.

Mortacci tua.

Lo assecondo. Non so cosa, ma la mia indole sottoborghese-disagiata mi spinge a dire la verità e a inerpicarmi in un qualcosa più grande di me.

«Al momento non lavoro. Studio.»

«Ah, e che stai a studia’?»

Per una frazione di secondo la mia testa valuta attentamente le parole e ogni volta che devo dirle si ripete, in loop, lo stesso procedimento di quando nella mia coscienza, pian piano, si era fatta sempre più nitida quella consapevolezza, quel lieve ma esuberante tedio (prodromo di tutte le controreazioni alle reazioni dovute alla mia risposta) che mi ha spinto alla scelta definitiva. Al suicidio lavorativo, finanziario, sociale, emotivo. Ogni volta sono tentato di dire altro, di rispondere quello che gli altri vogliono, di non deludere le loro flebili aspettative. Ma io li deludo. Sempre.

Sempre e costantemente.

Ma stavolta, penso, posso stare sicuro. Tanto questo non capisce un cazzo. E allora, vado. Prendo fiato e rispondo.

«Lettere.»

Lentamente osservo la sua espressione asettica, quasi spaesata. E un po’ la sua risposta mi spiazza.

«E che è?»

E mo’ come glielo spiego. Anni di prese per culo da aspiranti ingegneri, medici e avvocati non mi hanno preparato a questo. Rimango per un momento di sasso. Lui continua a scrutarmi con espressione sempre più sospettosa. Come faccio a fargli capire cosa studio a uno così. Che ne sa questo di tutti gli esami di critica, letteratura, filologia. Cazzo ne sa uno del genere di quando Branca ha scoperto che l’Hamilton 90 era l’autografo del Boccaccio (da lì solo Fabio Grosso ha fatto di meglio, a Berlino); o di come Dante fu esiliato da Firenze quasi come Biagi Luttazzi e Santoro furono epurati dalla Rai per causa di Berlusconi (sì, lo so, il paragone è forzato, ma non c’è bisogno di essere così fiscali).

Alla fine le penso tutte, mi raccapezzo in tutti i modi. Poi, quasi di riflesso al mio interlocutore, biascico:

«Er professore.»

«Ammazza, er professore voi fa’ te?» mi fa lui, con dire spavaldo. «Io c’ho n’amichetto mio che faceva er professore e mo’ fa er meccanico»

Eccalà.

«Cioè, è diventato scemo, poi je facevano le foto, le mettevano su feisbucche. È impossibile avecce a che fa’ co’ sti regazzetti de oggi. Che vita demmerda che voi fa’» chiosa divinamente.

Arriva il caffè.

A lui. A me no. Concettina si è dimenticata un’altra volta.

Lui, intanto, sorseggia la sua dose di caffeina mentre io cerco di attirare nuovamente l’attenzione di Concettina e avere il premio ad un ingiusto tour de force emotivo.

Quasi quasi, invece, mi bevo una Ceres.

No, non posso. Devo studiare.

Intanto Genoveffo va via e non saluta, troppo indaffarato.

Io dopo tanto peregrinare riesco ad avere il benedetto caffè. Se non che, all’arrivo dell’oggetto del mio desiderio, i pensieri e i rimuginamenti sulla conversazione appena finita distraggono la mia solenne presa sulla tazzina, facendomela cadere addosso.

Bestemmio. Bestemmio a voce alta e in faccia a Concettina.

Mi ero dimenticato della devozione di Concettina e della sua abitudine a passare ogni primo maggio in pellegrinaggio alla Madonna del Divino Amore. Infatti si incazza e mi dice che sono un deficiente.

Nulla da obiettare: d’altronde, ho appena dato della poco di buono alla sua eroina preferita.

Mi prendo una Ceres, pagando anche il caffè che ha dato una tinta marroncina alla mia felpa (bianca: ora capite perché, pur dando ragione a Concettina, non mi sento così tanto in colpa).

Esco e vedo Genoveffo che conversa allegramente con altri suoi simili: tutti più o meno acconciati alla stessa maniera (capello ingelatinato tirato indietro, per chi ce li ha; camicia sbottonata quasi fino al petto con capezza d’oro della maggica bella appariscente; giacchetto con bavero alzato e jeans semi-attillato. Vi risparmio le scarpe, ho buon gusto e non voglio rovinare queste pagine). Il suo sguardo incontra il mio, ma sembra che la conversazione appena avuta non sia mai avvenuta; per me, invece, è stata un’altra frustrante prova di forza e di autodeterminazione andata a male.

Solo, nella mia aura di incomprensione, prendo la strada verso casa (dopo essermi scolato la Ceres): il calore sale fino alle guance e un po’ anche in testa, ma non faccio in tempo a razionalizzarlo quando sento il mio equilibrio farsi precario e scivolare verso il basso. Riesco a tenermi in piedi. Scruto per terra cercando una risposta, poi la trovo: a quanto pare le mie Samba hanno ballato su una merda di cane. Le mie Samba, bianche, su una merda di cane: perfettamente in pendant con la felpa.

Per un attimo contemplo il tutto: il reale che mi circonda, i passi delle persone vicino a me, il rumore delle macchine, la merda sulle scarpe e il caffè sulla felpa. Non riesco a dare un senso a niente.

Tiro su lo sguardo e un grosso tedio mi riempie: l’incerta, nientificante sensazione domenicale che come sempre oscura quella abituale mediocrità settimanale.

Non mi faccio prendere dall’angoscia. Rinsavisco, prendo un bel respiro e faccio l’unica cosa che mi calma in queste situazioni: bestemmio.

Emiliano Pagliuca

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