I cronisti scalzi

Se un boss della Camorra se la prende con un giornalista, il motivo semplice, più evidente, è che questo giornalista è stato l’unico a fare il giornalista, a occuparsi per esempio della Terra dei fuochi. Se accanto a Sandro Ruotolo ci fossero stati tanti altri cronisti, il rischio si sarebbe depotenziato. Quando tanti giornalisti dicono ‘ma chi me lo fa fare, tengo famiglia’, questa è una limitazione per la libertà di informazione.

Quando nel maggio del 2015 fu messo sotto scorta, Sandro Ruotolo, giornalista italiano da ormai più di quarant’anni, rispose così in un’intervista a chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto ora del suo lavoro, cosa sarebbe cambiato, come avrebbe vissuto. Per le sue inchieste sui rifiuti tossici in Campania aveva, infatti, ricevuto delle minacce dal boss dei Casalesi Michele Zagaria, al 41-bis dal 2010, che parlando con le donne della sua famiglia durante i colloqui nel carcere le aveva tacciate di essere ormai infangate per colpa del giornalista.
Solo pochi giorni fa, però, il Viminale, cioè il Ministero dell’Interno, cioè Matteo Salvini, ha deciso di revocare la scorta a Ruotolo, senza specificarne i motivi e facendo passare l’erroneo messaggio che le minacce da parte delle mafie hanno una scadenza.

Era un giornalista perché per lui era necessario svolgere indagine sul campo per proprio conto. Era un giornalista perché non gli bastava la notizia, e voleva frugare la verità.”
(Erri De Luca su Giancarlo Siani, “Il più e il meno”)

A leggere la notizia non può che venire in mente Giancarlo Siani, il martire del giornalismo di strada: la Camorra a Napoli aveva già ucciso e certamente negli Ottanta non era una novità, ma che la Camorra uccidesse un giornalista, questo non era mai successo prima. Non era neanche formalmente un giornalista, non era ancora iscritto all’albo, ma aveva rivoluzionato per puro istinto il modo di far cronaca. Ruotolo, di qualche anno più piccolo, lo aveva conosciuto. Lui, Siani, era un cronista di provincia, non avrebbe mai neanche immaginato di avere bisogno di una scorta per aver semplicemente riportato i fatti; lui, Ruotolo, è un inviato, che il suo lavoro lo sa fare – e lo può fare – solo così, sul campo. Questo è il suo dolore più grande riguardo la decisione di revoca della scorta, il fatto di non poter più svolgere il suo lavoro. Perché no, le minacce delle mafie non hanno una scadenza. E no, un giornalista non può essere messo a tacere da un provvedimento ministeriale, che di carica simbolica ne porta tanta: se la Camorra per un po’ non si fa sentire, lasciamole lo spazio per agire nel silenzio. E così in pochi semplici giorni, un Ministro, e non uno a caso certamente, silenziosamente legittima e protegge le mafie, quelle che voleva combattere nel giro di sei mesi, e delegittima il lavoro non di un giornalista, ma di tutti coloro che per la libertà d’informazione, nostro diritto, rischiano la vita.

Erri De Luca ha definito Siani un cronista scalzo, paragonandolo ai medici cinesi degli anni settanta che andavano scalzi nei villaggi a tentare la prevenzione delle malattie, poiché non aspettava le notizie, ma cercava il meccanismo sanguinoso che le produceva. Mi permetto di estendere la definizione a tanti altri, a Sandro Ruotolo, a Mauro Rostagno, a Federica Angeli, a Lirio Abbate, a tutti i cronisti di strada che si sono sporcati o si sporcano i piedi della terra che calpestano per diritto di cronaca, per la libertà d’informazione, per difendere la democrazia. Perché ogni volta che si minaccia o si uccide un giornalista, si minaccia la democrazia.

Martina Moscogiuri

 

 

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