Annientamento: la paura della metamorfosi

Celebre è il tema della Zona nel cinema di fantascienza: luogo liminale dove il concetto di umanità si sfalda, si deforma in mille arabeschi fino a scomparire e scoprirsi così labilissimo. Il regista Alex Garland (1970) esplora a modo suo questo topos con il film Annientamento (2018), da lui scritto e diretto, distribuito da Netflix.

Per arrivare al suo obiettivo ricorre al soggetto del romanzo omonimo di Jeff VanderMeer, con un cast importante e ben diretto, guidato da Natalie Portman.

Nel ruolo della scienziata Lena, la nostra riceve dopo un anno la visita del marito militare Kane (Oscar Isaac) di ritorno da una missione militare top secret. Il corpo di Kane è però devastato: è stato esposto per troppo tempo agli effetti di un’entità aliena che diffondendosi modifica il DNA di ogni creatura all’interno del suo raggio d’azione.

Il mistero del bagliore alieno spinge Lena ad entrare nella squadra tutta al femminile della dottoressa Ventress (Jennifer Jason Leigh) per indagare.

L’interesse di Garland è soprattutto per le psicologie, per l’effetto che la trasformazione fisica ha sulla psiche. L’alieno non vuole, semplicemente è: questo fattore lo rende sconcertante per i personaggi.

La metamorfosi è un processo o, se si vuole, una malattia cui non è possibile sfuggire ma è distruttiva solo per gli effetti percepiti dai protagonisti, non perché rappresenti in sé un male nel grande schema delle cose. In questa particolarità va ricercato ciò che rende interessante la caratterizzazione dell’entità estranea nel film.

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La sceneggiatura di Garland ha certo note letterarie ma asciutte, non debordanti. La fotografia di Rob Hardy è semplice (forse anche troppo) ma dà un fascino particolare alle immagini ponendo quasi un velo per sfumare la luce, restituendo la percezione del bagliore e della cupola da esso creata.

Garland spicca per complessità più semantica che stilistica ma il risultato risulta comunque efficace, soprattutto quando si tratta di dirigere gli attori. Una menzione particolare deve andare a Gina Rodriguez nel ruolo di Anya, cui spetta una scena madre bellissima in cui riesce a sfoggiare note alte di delirio. Assurge così al ruolo di protagonista, non essendo inferiore alla Portman.

È uno dei pregi di questo film che affascina nella sua concisione e che si conclude con un finale che lascia spazio all’immaginazione.

Antonio Canzoniere

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