Pochi giorni fa sui social e sulle pagine di alcune testate su internet è rimbalzata la notizia di una presunta approvazione, da parte dell’Accademia della Crusca, dell’uso di alcuni verbi intransitivi con valore transitivo. Ben presto però è arrivata la smentita attraverso il sito e la stessa pagina social dell’Accademia della Crusca: il loro uso non è accettato dallo standard, ma sono comunque registrate nei dizionari come meridionalismi.

I verbi in questione sono entrare/uscire e scendere/salire: la prima coppia con l’accezione di ‘far entrare/far uscire, portare dentro/portare fuori’ e la seconda con quella di ‘portare giù/portare su, far scendere/far salire’.
Semplificando – poiché, per la trattazione completa rimando al sito web dell’Accademia, che troverete tra i riferimenti – possiamo asserire che mentre la coppia scendere/salire  possiede un uso transitivo accettato nello standard (nel senso di ‘percorrere verso l’alto/percorrere verso il basso’; si pensi, come esempio illustre, alla poesia di Montale Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale), ciò non vale per i verbi entrare/uscire, i quali sono sempre intransitivi nello standard.

Ma quale evento ha creato un simile e burrascoso fraintendimento? Alcune risposte date a quesiti riguardanti dubbi linguistici dei lettori, l’ultima delle quali prodotta da Vittorio Coletti, accademico della Crusca dal maggio 2010, e pubblicata l’11 gennaio 2019: alla domanda se fosse lecito l’uso transitivo di sedere, egli ha risposto:

“È lecita allora la costruzione transitiva di sedere? Si può rispondere di sì, ormai è stata accolta nell’uso, anche se non ha paralleli in costrutti consolidati con l’oggetto interno come li hanno salire o scendere (le scale, un pendio). Non vedo il motivo per proibirla e neppure, a dire il vero, per sconsigliarla. Ma certo è problematico definirla transitiva perché la prova di volgere il verbo al passivo (accertata invece ormai per salire, specie nel linguaggio alpinistico col valore di scalare: ‘la cima è stata salita da…’) non sembra per ora reggere (‘la mamma ha seduto il bambino sul seggiolino’ ma ‘*il bambino è stato seduto sul seggiolino dalla mamma’) […]
Diciamo insomma che sedere, come altri verbi di moto, ammette in usi regionali e popolari sempre più estesi anche l’oggetto diretto e che in questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali.

Efficacia e sinteticità: questi sono i motivi che spingono l’accademico a non bocciare del tutto questi usi transitivi; si badi bene però: egli parla soltanto di usi regionali e popolari, non certo di un uso standardizzato.
Che cosa ha capito invece il popolo del web© (compresi moltissimi giornalisti)? Che l’uso transitivo di questi verbi di movimento sia stato accettato ed elevato a norma dagli accademici della Crusca.
A questo punto l’Accademia ha replicato con un intervento del suo presidente onorario, Francesco Sabatini, nell’edizione del TG1 delle ore 20:00 di domenica 27 gennaio e con un simpatico post su Facebook – che rimanda ad una nota intitolata “Entrareusciresalire e scendere: transitivi a furor di popolo?” risalente al 5 febbraio 2016, a cura di Matilde Paoli – nella quale si ribadiscono le suddette posizioni.

Ma dopo aver descritto brevemente la sequenza degli eventi potrebbe essere lecito chiedersi: chi ha ragione in questa diatriba? Chi segue un orientamento – per così dire – purista, inneggiando a una norma inviolabile volta a preservare la lingua dai suoi usi più bassi e colloquiali? Oppure coloro che dimostrano posizioni più tolleranti e orientate all’uso come processo innovatore della lingua?

La verità, come sempre, sta nel mezzo. A mio modesto modo di vedere, la lingua non può essere considerata un compartimento a tenuta stagna in grado di resistere, inossidabile e immutabile, allo scorrere del tempo e alla conseguente evoluzione delle sue realizzazioni pratiche. Certo, una norma è necessaria affinché la lingua resti uniforme e comprensibile da tutti i suoi parlanti, ma non si può di certo pretendere che questa la ingabbi evitando qualsivoglia variazione ed evoluzione. Se ciò fosse vero, paradossalmente, forse useremmo ancora il latino.

Spiego immediatamente l’ultima provocazione, prima di ritrovarmi i grammar-nazi alla porta con i forconi. Come è ben risaputo, la nostra lingua è il frutto dell’evoluzione linguistica che secoli di uso hanno provocato nella lingua latina parlata dal vulgus; allo stesso modo si sono originate, con esiti differenti, le altre lingue romanze. Non mi sembra fuori luogo asserire dunque che, senza la suddetta variazioni linguistica, la nostra lingua sarebbe ancora quella  – con le dovute proporzioni – usata nella Roma tardo-imperiale. E, per farmi odiare ancora di più, rilancio: molto spesso il corso di questa evoluzione ha eletto a norma, grazie alla prova dell’uso, quelle forme che prima erano considerate errore.

Si pensi all’Appendix Probi, una lista di 227 parole latine copiate sulle ultime pagine di un codice vergato nei pressi di Bobbio intorno al 700 d.C.; il suo autore, un certo grammatico di nome Probo, ha stilato una lista di parole proponendo la forma e corretta e normata di quest’ultime seguite dalla loro forma sbagliata, preceduta ovviamente da un perentorio non. Cito per comodità gli esempi da Wikipedia, che sono abbastanza eloquenti:

  • speculum non speclum
  • vetulus non veclus
  • columna non colomna

Che cosa si può notare, anche solo osservando soltanto questi tre esempi? Che oggi noi  in italiano diciamo specchio, vecchiocolonna, le naturali evoluzioni fonetiche delle forme considerate errori. E basta fare qualche ricerca per capire come questi tre casi siano tutt’altro che coincidenze isolate.

Per concludere dunque, oserei affermare che tra norma e innovazione deve prevalere l’equilibrio: preservare la norma, ma accettare l’evoluzione linguistica come il più naturale e inevitabile dei fenomeni linguistici. Ovviamente gli accademici della Crusca sono ben consapevoli di ciò: di certo il mio discorso non è volto ad ammonire o contraddire in alcun modo costoro, ci mancherebbe.

Un ammonimento invece va fatto ai neo-puristi, a tutti coloro che correggono e condannano ogni deviazione dalla norma che, una volta imparata, ripetono nozionisticamente a pappagallo, senza concedere un minimo di flessibilità. Invito costoro ad approfondire gli studi linguistici per potersi rendere conto, così, che la loro tanto millantata norma è assai spesso frutto di un precedente errore.

Danilo Iannelli


L’immagine in evidenza è tratta dal profilo Facebook dell’Accademia della Crusca; il meme in questione è di Francesco Torluccio

Riferimenti:

One comment

  1. Dico la mia.
    In queste chiacchiere faccio fatica a ravvisare una “diatriba” che si dovrebbe concludere in “chi ha ragione?”, vedo soltanto bufale mediatiche funzionali a sollevare inutili polveroni acchiappaclic. Del resto non nuove, basti pensare alle parole a vanvera e mistificatrici spese dai giornali a proposito di “petaloso” qualche anno fa.
    Da tempo gli approcci grammaticali hanno cessato di essere normativi e sono attenti all’uso, dunque non resta che registrare l’uso dei registri regionali/colloquiali di certe espressioni, che sono altra cosa dall’italiano standard, neostandard o che si insegna a scuola. Il purismo è morto da tempo, e anche il neopurismo non mi pare abbia sostenitori in vita, in ogni caso non c’è alcun problema a bollare come errore “scendere il cane”, così come si bolla come errato “qual’è” con l’apostrofo anche se le sue occorrenze in Rete potrebbero superare l’uso corretto. Nell’evoluzione della lingua le norme possono cambiare, nulla è immutabile, ma sono rimpiazzate da altre norme, e non esiste l’anarchismo metodologico che teorizzava (provocatoriamente) Feyerabend nella scienza: tutto va bene. E allora “unde malum”? Dove sta l’errore? Nell’assenza di modelli storici e letterari sulla transitività di certi verbi, nell’assenza della loro registrazione nei dizionari e nell’uso riscontrabile nei giornali. Quando e se mai, magari anche grazie alle scemenze che scrivono i giornali, come nel caso di petaloso o come nel veicolare anglicismi “alla cazzo”, si affermeranno questi verbi come transitivi allora, eventualmente, la norma cambierà. Per il momento: tanto rumore per nulla. Un saluto.

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