Bandersnatch: Venezuela Version

Il 28 dicembre 2018 sulla piattaforma Netflix viene pubblicato l’episodio speciale della serie distopica Black Mirror, denominato Bandersnatch. La particolarità di questa puntata è la possibilità per lo spettatore di scegliere il percorso da seguire durante la trama, scegliendo di volta in volta le azioni da compiere in maniera del tutto interattiva. In questo modo, la stessa puntata può avere diversi risvolti e differenti finali, a seconda delle scelte che vengono eseguite in ogni passaggio. Le conclusioni sono molteplici e come si addice allo stile della serie nessuna di esse rappresenta propriamente un lieto fine. Quasi come le vicende del Venezuela nelle ultime settimane.

Il 23 gennaio il capo dell’opposizione e della legislatura Juan Guaidó si autoproclama Presidente del Venezuela dichiarando di prendere in mano il potere esecutivo in quello che è stato a tutti gli effetti un colpo di Stato contro l’attuale Presidente Nicolás Maduro, il quale, solo due settimane prima, aveva vinto le elezioni per il suo secondo mandato di sei anni. “È mio dovere chiamare libere elezioni perché c’è un’evidente abuso di potere e le persone in Venezuela vivono in una dittatura” ha dichiarato Mr. Guaidó.

Da più di vent’anni, di fatto, il Paese sta affrontando un costante rafforzamento della figura del Presidente in carica largamente criticato a livello internazionale. Nel 1998 fu eletto Presidente Hugo Chavez, dopo aver tentato un golpe nel 1992, che iniziò un processo di sottrazione di potere dal Congresso. La nuova costituzione da lui introdotta nel 1999 gli permise di prolungare il mandato presidenziale mantenendo la sua carica per gli anni avvenire e consentì al Presidente di ignorare le decisioni del Congresso in merito a riforme economiche.

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L’ex-Presidente del Venezuela Hugo Chavez (The Telegraph 2013)

Nonostante negli anni duemila l’opposizione ha visto un effettivo incremento, Hugo Chavez è riuscito a mantenere il potere fino alla sua dipartita nel 2013, portando avanti politiche contraddittorie sul piano estero e interno che si sono riversate in una crisi economica, arrivando ad un livello di inflazione al 50%. Nonostante alcune riforme hanno avuto effetti positivi sulla disoccupazione e i tassi di mortalità infantile, criminalità e corruzione sono rimaste in forma consistente. Dopo la morte di Chavez, Maduro ha immediatamente preso il potere ad interim, proseguendo sulla stessa linea del suo predecessore. La situazione economica ha visto un ulteriore peggioramento mentre l’accentramento del potere è divenuto sempre maggiore, grazie all’utilizzo dei mass media e della corruzione nelle forze armate, assieme alle proteste dell’opposizione. Nel maggio 2018 nelle elezioni vinte nuovamente da Maduro, l’opposizione ha tentato un boicottaggio per via di alcune presunte irregolarità mostrate durante le votazioni. Per molti, dal momento che il ballottaggio non può essere considerato valido, l’attuale Presidente è un usurpatore e il ruolo di capo del governo rimane vacante. Secondo gli articoli 223 e 333 della Costituzione Venezuelana, in caso di assenza del Presidente, il capo dell’Assemblea Nazionale è tenuto a prendere in mano l’incarico ed è proprio qui che entra in gioco il nostro amico Guaidó.

Di tutta risposta al golpe, Maduro ha assicurato a sé il supporto delle forze armate e ha dichiarato che il golpe di Juan Guaidó è una mossa statunitense volta a minare la stabilità politica in Venezuela (non sia mai che non ci mettiamo in mezzo gli U.S.A); la procura generale ha imposto al capo dell’opposizione il divieto di lasciare il Paese. Al momento sono in corso le trattative tra i due Presidenti: mentre l’opposizione vorrebbe nuove elezioni presidenziali, Maduro è disposto solo a concedere una nuova votazione sull’Assemblea.

“Sarebbe molto positivo organizzare elezioni parlamentari anticipate, sarebbe una buona forma di discussione politica, una buona soluzione con il voto popolare” ha detto Maduro in un’intervista all’agenzia di stampa russa Ria. Improponibili, invece, quelle presidenziali: “Si sono tenute meno di un anno fa, dieci mesi fa. Non accettiamo gli ultimatum di persone nel mondo, non accettiamo il ricatto. Le elezioni presidenziali in Venezuela ci sono state e se gli imperialisti vogliono nuove elezioni, che aspettino fino al 2025″ (La Repubblica).

E il resto del mondo che cosa fa? Sceglie da che parte stare, provando a trovare quale sia il percorso migliore da seguire in questa tortuosa vicenda per uscirne con qualcosa in tasca. Le scelte sono due: Maduro o Guaidó, establishment socialista o rivoluzionari democratici.

Dal Dipartimento di Stato statunitense: “Le politiche del presidente Maduro sono caratterizzate da autoritarismo, intolleranza per il dissenso e da un intervento statale irresponsabile in ambito economico che ha innalzato l’iperinflazione ed è degenerato in una crescita economica negativa, nonostante il paese vanti le più vaste riserve di petrolio al mondo”. Non è per questo una sorpresa che il Presidente Trump ha impiegato solo pochi minuti per twittare il suo supporto al colpo di Stato contro Maduro.

Maduro ha lasciato 72 ore di tempo ai diplomatici statunitensi per lasciare il Paese. Stranamente, questa volta l’azione di Donald Trump non è rimasta isolata e molti governi occidentali si sono mossi sulla stessa scia, riconoscendo Juan Guaidó come legittimo presidente del Venezuela. Berlino, Parigi, Madrid, Londra hanno posto dei dubbi sulla legittimità di Nicolas Maduro, chiedendo a gran voce nuove elezioni entro otto giorni con l’ultimatum di riconoscere Guaidó come Presidente. Questo schieramento internazionale rischia però di portare ancora più instabilità e tensione, come accaduto per le sanzioni economiche portate avanti da Barack Obama e Donald Trump negli scorsi anni verso Maduro:

“Gli Stati Uniti hanno implicitamente anticipato altre nazioni a seguire la stessa politica, convincendole a sanzionare il presidente Maduro allo stesso modo. Risultato di questa congiunta azione internazionale è stata una compromissione ancora maggiore della già fragile economia venezuelana” (Erriquez 2018).

Neanche a dirlo, se gli Stati Uniti dicono destra, Putin sterza a sinistra di tutta risposta: Maduro ha trovato il sostegno della Russia (che ha dichiarato la vicenda come un colpo di Stato statunitense), della Turchia, e della Cina, contribuendo ad incrementare i contrasti tra i vari Paesi. L’Unione Europea, senza schierarsi, chiede un maggiore uso della diplomazia e delle trattazioni.

E l’Italia? Il governo è naturalmente diviso sulla questione: laddove Conte e la Lega si schierano sulla stessa linea dei Paesi Europei, i Cinque Stelle preferiscono la linea Maduro, con Di Battista fortemente contrario all’ultimatum europeo (“una stronzata galattica”). Salvini risponde “Parla a vanvera”. Conte: “L’Italia sta seguendo con costante attenzione la situazione in Venezuela. Auspichiamo la necessità di una riconciliazione nazionale e di un processo politico che si svolga in modo ordinato e che consenta al popolo venezuelano di arrivare quanto prima a esercitare libere scelte democratiche”. Che giocatore il Premier.

Praticamente tutto il mondo è seduto davanti la TV in questo speciale alla Bandersnatch delle Relazioni Internazionali, con il telecomando in mano pronto a scegliere che percorso seguire, chi supportare, nella speranza di un finale migliore per una serie che di stagioni ne ha forse viste fin troppe.

Matteo Caruso


Bibliografia:

  • Erriquez C., 2018. “Gli Stati Uniti di Donald Trump tra compellenza e deterrenza. I casi: Venezuela e Corea del Nord”, Università degli Studi di Roma Tre

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