Ieri, 28 gennaio, al Liceo scientifico Giuseppe Peano di Roma è intervenuto il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo, in occasione del secondo della serie di incontri organizzati per festeggiare il cinquantesimo anniversario della nascita del liceo. Dopo i saluti dell’organizzatrice, professoressa Maria Arena, e del presidente dell’ottavo municipio Amedeo Ciaccheri, è la dirigente scolastica Cristina Tonelli a presentare l’ospite, scrittore poliedrico in grado di dimostrare che è possibile fare tutto e farlo bene.

Presa la parola, lo scrittore celebre per grandi libri come “Suburra” e soprattutto “Romanzo criminale” inizia la narrazione di una coinvolgente cronistoria del proprio avvicinamento alla scrittura, iniziato a otto anni dopo la visione del film d’avventura “Le verdi bandiere di Allah” di Giacomo Gentilomo e Guido Zurli, fattogli vedere dallo zio aviatore, al termine del quale il bambino De Cataldo scrisse di getto il suo primo racconto.

A sedici anni nacque il proposito di fare un film, in seguito alla visione del film “Zabriskie point” in uno dei cineforum organizzati nella sua scuola, il liceo classico Archita di Taranto. Lì De Cataldo faceva parte di un’associazione studentesca, il Collettivo di controcultura e controinformazione (“eravamo contro tutto, pro niente”), che aveva un obiettivo semplice: rovesciare e riscrivere la cultura borghese. Con queste considerazioni ironicamente amare ha inizio la parte di maggior supporto per i giovani astanti: gli obiettivi sono a volte impossibili da raggiungere, ma anche i fallimenti sono parte di un percorso di crescita. Non esistono idee concrete che non si possano realizzare tramite il lavoro, l’impegno e la fatica.

Prima di riuscire a pubblicare il primo romanzo, nel 1988, De Cataldo ricevette decine di rifiuti, e anche quando un famoso editore accettò di pubblicarlo il suo monito fu severo (seppur scarsamente): “Non venderà una copia”.

Per quanto riguarda le fonti d’ispirazione per i suoi romanzi, la più importante tra quelle citate è inaspettata: “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, indicato come primo esempio di antenato del romanzo poliziesco. Tra gli elementi citati a supporto di questa teoria, la presenza dell’archetipo del villain Don Rodrigo, le vicende di Renzo durante le rivolte a Milano, e soprattutto la storia dell’Innominato, entrata nel gergo tecnico televisivo: la classica scena in cui uno dei “cattivi” del film si pente e inizia a collaborare con i buoni, vero e proprio topos cinematografico, è appunto definita La notte dell’Innominato”.

Nonostante venga spesso trascurata la conoscenza dei classici, esistono delle regole imprescindibili per chiunque voglia fare mestieri creativi, e solo una volta imparate si possono distruggere e ricostruire a proprio piacimento. Fondamentale diventa così la conoscenza della letteratura classica, a partire dai miti latini e greci, a cui fanno sempre riferimento i grandi produttori nel momento del pitch, quella descrizione da fare in un minuto e mezzo per convincerli a produrre e finanziare il proprio progetto.

Tante le vicende narrate dallo scrittore di origine tarantina, ma è proprio quello il filo conduttore di tutto il suo discorso, che nel finale trova il suo compimento. Da “I promessi sposi” alle serie TV è tutto parte di un unica grande famiglia: “La famiglia della narrazione”.

Questa famiglia ha antenati antichissimi e pronipoti recentissimi: già i primi uomini delle caverne, che avevano due unici scopi nella vita, la nutrizione e la riproduzione, non impiegavano tutti gli uomini a disposizione nelle battute di caccia, ma ne lasciavano uno o più nelle grotte, a disegnare le celebri pitture rupestri. Queste avevano sì un significato pratico (come propiziare la caccia o indicare ad altre tribù o alla stessa tribù autrice in futuro determinate particolarità del territorio) ma avevano anche il compito di rafforzare lo spirito di comunità e di raccontarsi, di lasciare un segno di sé.

Stesso discorso, con le dovute proporzioni, si può fare per le ultime nate nella grande famiglia della narrazione: le ormai celeberrime fake news, che pur avendo una genesi di natura tecnica hanno un contenuto sempre assimilabile all’ambito umanistico. Le fake news sono il più fulgido esempio dell’ambivalenza della conoscenza: essa non fornisce un ombrello per difendersi, ma “solo” i mezzi per costruirlo. Sta poi a chi la possiede utilizzarla nella maniera corretta, e di non sfruttarla per offrire una narrazione falsata e faziosa della realtà.

Più di un’ora e mezza di conferenza vola via in quello che sembra essere un istante, anche e soprattutto grazie alla spiccata ironia – spesso e volentieri anche nei confronti di se stesso – che accompagna tutta la durata dell’evento, riuscendo a tenere l’attenzione degli astanti sempre a livelli siderali. Numerosissime inoltre le domande rivolte nel finale dagli studenti allo scrittore, prova schiacciante che esiste ancora un antidoto per l’atavica indifferenza che sembra imperversare nelle nuove generazioni.

Paolo Palladino

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