Esistenzialismo collettivo

Più che mai il mondo ha bisogno dell’esistenzialismo.
E no, attenzione, non va confuso con quel fratello nefasto qual è il nichilismo, sarebbe troppo facile d’altronde affidarci a lui, spegnere la luce e non credere più in niente.
Il mondo ha bisogno dell’esistenzialismo perché esso è riflessione incondizionata sulla condizione umana, sul rapporto dell’essere umano con se stesso, coi suoi gesti, le sue scelte, la solitudine, l’angoscia, la morte.

Funziona perché non è una dottrina, ma uno stile di vita.

È stato l’ultimo baluardo della vera filosofia, portato avanti dall’alto della sua inafferabile definizione, tra gli altri nomi illustri, da Albert Camus, Jean-Paul Sartre, Franz Kafka, Fedor Dostoevskij, Søren Kierkegaard, Friedrich Nietzsche, ma anticipato nei temi da – a testimoniare il suo incredibile genio visionario e per questo incompreso – Giacomo Leopardi.
Parlare di tutti questi nomi sarebbe impossibile, ci vorrebbero competenze che non posseggo, ma cosa collega tutti questi geni? L’elenco delle riflessioni scritto sopra a cui si dedica in largo modo l’esistenzialismo.
Forse, rispetto alle varie convinzioni politiche, le ideologie utopiche, i falsi miti, ci dovrebbe essere in prima linea una libera e graduale riflessione su noi stessi: in un mondo in cui miliardi e miliardi di persone sono nelle mani di una percentuale irrisoria sarebbe doveroso e davvero si potrebbe parlare del tanto immotivatamente decantato progresso, che a mio modo di vedere risiede soprattutto in un’umanitá cosciente.
Ma è comodo farci addormentare, spingere i nostri interessi sull’oggetto, sulle apparenze. Insomma, nel mondo attuale è in atto un processo di decentramento da noi stessi.

Sartre, in una conferenza tenuta a Parigi il 29 ottobre 1945 denominata “L’’esistenzialismo è un umanismo” (che però fa parte della branca religiosa di questa filosofia), asserisce che “l’uomo è condannato a essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ció che fa“.
È interessante che il concetto di libertá sia legato a quello di responsabilitá.
Quindi mi sorge una domanda spontanea: quanto siamo responsabili? Che parafrasata nel linguaggio di Sartre risulta: quanto siamo liberi?

Il titolo del mio articolo è quasi un paradosso, poiché l’esistenzialismo è la filosofia individuale per eccellenza, un processo mentale in continua centrifugazione interna.

La vita collettiva migliora, diviene pacifica, libera di pregiudizi, di odio, classismo, razzismo, ignoranza e violenza quanto più i suoi componenti hanno accesso prima di tutto al loro sviluppo individuale, cognitivo e ideologico, in un procedimento interno-esterno atto ad apportare la propria voce già passata al vaglio nella propria coscienza, a differenza di quel che accade attualmente ogni giorno e alla luce del sole, in cui le informazioni ci sono spinte nella mente con forza e pressione, compattate, con metodi persuasivi, linguaggi studiati con l’uso di una nuova retorica, quella di internet.

Ho sempre pensato a rapportare l’esistenzialismo a una religione, dove allo stesso modo le canoniche leggi appartenenti a questa categoria lasciano spazio alla soggettività e la varietà: il buddhismo, per esempio, a causa della sua assenza di dottrine strette e la somiglianza della meditazione con la riflessione, in cui la prima è spiritualmente vestita sulla seconda.

Che influenza può avere su larga scala un tale atteggiamento? Se al posto di andare noi verso la società lasciassimo accadere esattamente il contrario?
Sarebbe opportuno prima di definirlo un mondo chiuso, leggere alcuni passi dell’opera di Albert Camus:

“La grandezza dell’uomo è nella decisione di essere piú forte della sua condizione.”

“La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L’origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta. È costante conflitto, perpetualmente suscitato e signoreggiato dall’intelligenza. Non trionfa dell’impossibile né dell’abisso. Si adegua ad essi. Qualunque cosa facciamo la dismisura serberà sempre il suo posto entro il cuore dell’uomo, nel luogo della solitudine. Tutti portiamo in noi il nostro ergastolo, i nostri delitti e le nostre devastazioni. Ma il nostro compito non è quello di scatenarli attraverso il mondo; sta nel combatterli in noi e negli altri.” (L’uomo in rivolta)

In queste parole riecheggia un moto di orgoglio, la difesa della rivoluzione che smussa gli angoli grezzi e scheggiati con il suo disordine: dove per disordine si intende un movimento scaturito dall’intelligenza, quindi un monito a pensare, a ideare, creare, rompere, riordinare a dispetto di quella condizione basilare che è stata identificata nella Noia da Leopardi o nello Spleen da Baudelaire.

La “dismisura” presente dentro di noi va comunemente accettata, forse la stessa pensata nella “Ginestra” dal poeta recatanese, superata dai versi 85-157, in cui vengono smascherati i presunti privilegi dei nobili a favore della costruzione di una solidarietà umana, che accettando la propria uguale condizione, può puntare a superarla.

(E cosa ci serve di più in questo periodo storico se non avvicinarci alla propria umanità?)

L’esistenzialismo è molto più quindi di quanto si pensi: è un moto virtuoso che si scatena all’interno dell’individuo, il riconoscimento del contenuto nei propri contorni, la sua analisi coscienziosa, dettagliata, priva di atteggiamenti aprioristici.

È quanto piú vicino all’uomo, cosciente realisticamente delle angosce che vive, ma capace di non farsi travolgere senza lottare da esse, illuminando il proprio percorso pieno di insidie e ostacoli con l’uso della ragione, non verso il positivismo spregiudicato, ma usufruendo di una rivolta interiore. Questa è la libertá/responsabilitá a cui dovremmo aspirare in un mondo di sentito dire, frasi fatte, slogan precostruiti che annebbiano la facoltá di riflettere e di costruire pensieri propri. Dove hanno fallito i sistemi che hanno abbracciato prima l’ideologia e poi, fallendo, le persone, l’individuo deve riflettere sulla sua condizione. E il resto, verrà da sé..

“Tutto è nella mani dell’uomo, e tutto esso si lascia portar via sotto il naso, solamente per vigliaccheria. [… ] Sarei curioso di sapere che cosa gli uomini temono più di tutto. Fare un passo nuovo, dire una parola propria li spaventa al massimo grado.“ ( Fëdor Dostoevskij – Delitto e castigo)

Manuel Torre

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