Ahmed Hussein Suale era un giornalista investigativo ghanese, ucciso sulla via di ritorno a casa con tre colpi di pistola esplosi da due uomini in moto. Con le sue indagini Suale aveva creato un terremoto ai vertici della federazione calcio ghanese, conclusosi con le dimissioni del presidente federale. Un epilogo così tragico per chi ha portato alla luce uno scandalo calcistico del tutto simile al nostro “Calciopoli” lascia pochi dubbi su quante e quali siano le difficoltà nell’operare in contesti caotici come quelli di molte realtà africane.

Attraversando da un capo all’altro il mondo del calcio, basti pensare al fardello di un ragazzo con il sogno di diventare calciatore. Alle enormi pressioni della famiglia sempre più spesso si aggiungono quelle di oscure figure che promettono provini europei e ponti d’oro. Il forte rischio è quello di finire in quella che si può definire una tratta, che coinvolge migliaia di giovani. Si parla di circa 4000 ragazzi le cui famiglie vengono truffate ogni anno da finti procuratori che li abbandonano una volta giunti in Europa o ancora prima. In Europa sono nate delle associazioni benefiche che aiutano ogni anno moltissimi ragazzi vittime del fenomeno, che vivono di espedienti per le strade delle città europee. Può accadere che invece la fortuna baci il talento del giovane, che riesce a emergere in Europa e a divenire motivo d’orgoglio per i suoi connazionali. In questo caso i rischi si limitano al ricevere insulti razzisti nei campi di tutta Europa lungo tutto l’arco della carriera. Al ragazzo si aprono le porte della nazionale del suo paese, e qui può succedere che viaggiando per raggiungere un torneo, il pullman della rappresentativa venga raggiunto in zona di guerra da una raffica di mitragliate. Questa sfortunata vicenda che ha provocato tre vittime risale al gennaio 2010 e la squadra coinvolta è il Togo, che si trovava nella provincia di Cabinda in Angola, nazione in cui si sarebbe di lì a breve disputata la Coppa d’Africa. Capitano di quella squadra era (ed è tuttora) Emmanuel Adebayor, calciatore che porta ad un altro livello l’insostenibilità della vita del calciatore africano, quando nel 2015, evidentemente provato dalla propria situazione, racconta in un post su Facebook delle continue richieste di ingenti somme di denaro e delle minacce dei parenti stretti.

La stessa nazionale del Togo visse una vicenda a dir poco grottesca a pochi mesi dallo sfortunato incidente. Nel settembre del 2010 il debole Bahrain batte la nazionale africana in maniera sorprendentemente facile per 3-0. La federazione bahreinita si dimostra delusa dall’amichevole “poco allenante” e fa le sue rimostranze alla sua controparte, che dà una risposta sbalorditiva. In Togo non si ha nessuna notizia di alcuna partita giocata in Bahrain dalla propria rappresentativa. La verità verrà a galla tempo dopo. Un’allegra compagnia di “attori” con tanto di divise ufficiali è riuscita, apparentemente senza problemi, a portare in scena una rappresentazione credibile di delegazione calcistica africana e a passarla liscia scomparendo nel nulla. A capo dell’operazione, l’organizzazione responsabile del giro di partite truccate in Italia dello scandalo Calcioscommesse del 2011, quello della “banda degli zingari” di Ilievski.  Del calcio africano purtroppo si ricordano molte storie simili a questa o altre di grandi rimpianti e ingiustizie, e molte meno di campioni, squadre leggendarie e riscatti. Ci si ricorda dello Zaire del mondiale 1974, prima squadra dell’Africa nera ad aver mai preso parte alla competizione, e dei ricatti di Mobutu ai giocatori e alle loro famiglie dopo il pesante 9-0 subito dalla Jugoslavia; si ricorda il disastro aereo che uccise l’intera nazionale dello Zambia nel 1993; si ricordano infine la cavalcata del Senegal del 2002 di Bruno Metsu interrotta sul più bello e il Ghana del 2010 in Sudafrica, arrivato a un rigore (e che rigore…) sbagliato dalla semifinale nel mondiale africano. Il calcio africano perennemente in rampa di lancio, che ai bivi cruciali sbaglia sempre strada e non decolla.

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La “parata” di Luis Suarez che porta al rigore del Ghana

Ultimamente sembra esserci una fase involutiva del movimento calcistico in Africa caratterizzata da nuovi scandali e negligenze in capo alla federazione, mali che non aiutano di certo uno sviluppo anche tecnico del gioco nel continente. Gli ultimi episodi lo mostrano molto bene. Nel 2014 l’organizzazione della Coppa d’Africa 2019 fu assegnata al Camerun con largo anticipo. La competizione manca dal paese dal 1972 e l’entusiasmo è molto, ma come troppo spesso accade, il tempo ha posto le premesse per una storia decisamente africana. Nel dicembre del 2018 i lavori si trovano in alto mare e la stabilità del paese è messa a repentaglio dal conflitto che negli ultimi due anni vede contrapposti il governo centrale e i separatisti dell’autoproclamata repubblica di Ambazonia, la regione anglofona del Camerun. Ed è così che la Confederazione Calcistica Africana (CAF) decide di revocare l’assegnazione al paese come già avvenuto per la Libia nell’edizione del 2013, per il Marocco nel 2015 e di nuovo per la Libia nel 2017. Che non si dica in giro quindi che il problema del calcio africano sia nell’incostanza delle decisioni.

L’incidente del Togo nel 2010 sembra aver insegnato qualcosa alla Confederazione sull’organizzazione di eventi in nazioni con conflitti aperti e sulla priorità di garantire l’incolumità di atleti e tifosi. O forse no. Il 9 gennaio di quest’anno infatti, a dieci giorni da un attentato a un bus turistico all’ombra delle piramidi di Giza che ha causato la morte di tre persone, l’evento viene riassegnato all’Egitto. Questa scelta è solo un esempio della confusione che regna in un movimento che purtroppo non riesce a impedire lo sfruttamento dei suoi tantissimi giovani discepoli o i disastri negli stadi. La prossima occasione di rinascita, malgrado la scelta miope del luogo, sarà proprio la coppa di giugno in Egitto. Come ogni volta sarà una grande festa sugli spalti, resa ancora più ricca dall’allargamento a 24 partecipanti rispetto alle vecchie 16. Ci vorrà del tempo, ma la speranza è quella di un movimento che tramite manifestazioni globali come la rassegna di giugno possa rafforzarsi in modo da poter contrastare i dannosi fenomeni che da troppo tempo ormai insistono su territori già abbastanza provati da altri problemi secolari.

Joel Paqui

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