C’era una volta un poeta: Izet Sarajlic

“Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti”, scriveva Izet Sarajlic, mentre dalle colline si udivano spari.

Nato nel 1930 a Doboj, nella Bosnia Settentrionale, viene considerato il poeta jugoslavo contemporaneo più letto e tradotto di sempre, ma dietro tanto successo si nasconde anche una vita difficile, quella di chi si scontra con la guerra più volte. Nel 1943 l’amato fratello, Eso, venne fucilato dalle camicie nere italiane. Izet, criticato per il suo amore per l’Italia nonostante tutto, affermerà che in quell’omicidio non ci vedeva la mano italiana, ma quella delle camicie nere presenti in tutto il mondo. Quella di Izet è una poesia che si intreccia inevitabilmente tra la sua vita personale e quella della Jugoslavia. Deciso a non abbandonare Sarajevo durante l’assedio degli anni novanta, insieme ad altri poeti, scrittori ed intellettuali si farà portavoce di quel movimento multietnico che, nonostante la guerra, cercherà di mantenere viva l’arte con spettacoli teatrali ed incontri letterari. Ovviamente questi eventi furono gestiti senza elettricità, a proprie spese e con il costante rischio di poter essere uccisi da un cecchino o da un bombardamento. La guerra gli porterà via prima gli amici, le sorelle e dopo qualche anno dalla sua fine anche la moglie. È proprio l’amore per la moglie che diviene un tema fondamentale nella sua produzione poetica, tanto da farle prendere il titolo di “donna più celebrata di Sarajevo”.

Qui di seguito una delle poesie dedicate a lei dopo la sua morte:

I nostri incontri d’amore al “Leone”

Tu e io,
non ci fosse stata questa follia nazionalistica degli Slavi del sud,
avremmo potuto invecchiare meravigliosamente.

E invece,
di tutta la nostra vita,
ci sono rimasti soltanto
questi nostri tristi incontri d’amore al cimitero del Leone.
Ti dirò
anche quando nella mia disgrazia sono più felice:
quando al cimitero mi sorprende la pioggia.

Mi piace da matti inzupparci di pioggia insieme!

16.2.1998


Sarajlic credeva nella possibilità di fraternità tra gli slavi del Sud, tanto da sposare, seppur lui musulmano, una donna cattolica con padre ortodosso e circondarsi di amici e intellettuali di ogni religione e nazionalità. Cosmopolita fino al midollo, durante la sua vita viaggerà sia ad Est che a Ovest per conferenze e incontri, facilitato dallo status di paese non allineato della Jugoslavia. Socialista non per obbligo, ma per scelta, nel suo Libro degli Addii scriveva che “anche solo i nostri sogni di comunismo valevano il peso di tutte le successive delusioni”. Le delusioni saranno tante, perderà molti amici e di quel gruppo di intellettuali che si incontravano nei vari caffè sparsi per la Jugoslavia rimarrà poco.

“L’epoca della grande arte è passata. Io almeno c’ho vissuto dentro”.

Jovana Kuzman

 

 

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