Il regista greco Yorgos Lanthimos (1973) ha puntato al Settecento inglese col suo ultimo film La favorita, scritto da Deborah Davis e Tony McNamara.

Come le sue opere precedenti, è la storia di un gioco al massacro, stavolta praticato da un trio femminile in una sfida di crudeltà.

La regina Anna Stuart (Olivia Colman), vedova e senza figli, vive con un corpo in disfacimento, una gotta lancinante e con la responsabilità di governare un’Inghilterra in guerra per la successione spagnola.

Infantile, emotiva e capricciosa, lascia che sia la sua cara amica Sarah Churchill (Rachel Weisz), duchessa di Marlborough, a governare ufficiosamente. La loro amicizia viene però incrinata da Abigail Hill (Emma Stone), giovane cugina di Sarah, decaduta e ambiziosa che arriva a corte per sovvertirne gli equilibri e riprendersi il suo status nobiliare.

La favorita sfrutta le regole del genere in costume distorcendole e portandole all’esasperazione, andando verso il barocco ed il grottesco con vene crudeli. Di certo è un film di rapporti ma ancor di più un film su un concetto: il Potere in senso espanso che si proietta dal livello strettamente politico su quello emotivo. Una sequenza da ricordare è quella finale, in cui la morsa delle relazioni si dimostra ancor più acre con un gesto patetico, ipnotico e violento di dominio che ricorda la fellatio.

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Il tutto si svolge nella cornice delle reggie-prigioni di Hampton Court e Hatfield House, valorizzate dalla fotografia di Robbie Ryan, immerse nel livore del cielo inglese ed illuminate di notte dalle candele che creano globi di luce attorno ad oggetti e personaggi. Centrale l’uso del grandangolo per rendere la claustrofobia ricercata dal regista.

Il risultato ottenuto è più convenzionale delle prove precedenti di Lanthimos, seppur coerente sul piano cromatico e tematico, di certo più spedito a livello ritmico. Ricorda moltissimo Orlando (1992) di Sally Potter, con cui condivide la costumista Sandy Powell. Quella del cinema anglofono è una tentazione molto forte per i registi stranieri ma si deve pur dire che il regista greco ha saputo “a modo suo allacciarsi bene il corsetto inglese”.

Fatto per dare malessere, il film mette in mostra un trio ben diretto di protagoniste ma alla leziosità di porcellana della Stone si preferisce la duttilità della Colman e la sapiente economia gestuale della Weisz.

Per l’interprete della regina Anna non sono mancati i riconoscimenti come la Coppa Volpi a Venezia, il Golden Globe, il British Indipendent Film Award. Per sapere se la Colman vincerà l’Oscar per cui è stata giustamente nominata toccherà aspettare il 24 febbraio.

Antonio Canzoniere

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