Il film che ha portato Isabelle Huppert (1953) a vincere il Golden Globe e accarezzare l’Oscar appare come uno dei lavori migliori della sua protagonista così come del regista.

L’ispirazione è data dal romanzo Oh… di Philippe Djian, la struttura dallo script di David Birke che con un occhio guarda al thriller psicologico, con l’altro alla commedia francofona.

Paul Verhoeven (1938) torna con Elle a ragionare sulle sue figure femminili ed il loro rapporto eversivo col proprio corpo anni dopo Basic Instinct (1992), scegliendo un ambiente borghese di cui è pronto a fare la parodia anche arrivando al grottesco.

Sceglie di puntare la sua camera su Michèle Leblanc, lupa solitaria a capo d’una compagnia di videogiochi: è ricca, sofisticata ma soprattutto lucida, fredda, pratica. Un mostro di logica che conosce troppo bene il mondo per poter esserne sporcata.

Figlia di un estremista cristiano autore di una strage e di una decrepita dedita ai gigolò, ex-moglie e madre di incompetenti, questa donna metallica non si fa turbare nemmeno da uno stupro subìto a casa.

Il fatto la ferisce ma non la deprime: diventa piuttosto l’occasione per esplorare il fascino che la violenza esercita su di lei.

Ci si potrebbe subito sprecare in collegamenti con le donne d’acciaio e ghiaccio della carriera della Huppert ma ripensare alla Rampling de Il portiere di notte (1974) può tornare utile ai più attenti.

Entrambi i loro personaggi sono attratti dal lato oscuro delle cose, delle persone, dei fatti; entrambi amano il potere e la malìa del Limite. Nel film della Cavani però Lucia Artherton era diretta verso l’oblio, l’espiazione ed il vuoto: per la Michèle di Elle questi sono sogni, mai tentazioni.

Il film è costruito per la Huppert, sulla Huppert: il risvolto noir prevalente nella prima parte è una sfumatura, non l’intero dipinto che è, nello specifico, un ritratto di donna.

Sotto questa luce il film diventa amabile in toto: chi si aspetta un film di genere potrebbe avere delusioni. Qui si va a sfumature e tocchi di pennello, non a blocchi monolitici. Questo è un saggio di recitazione raccontato con lo stile efficace di un narratore esperto, da gustare in lingua originale sottotitolato.

Antonio Canzoniere

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