Tra me e il mondo

Tra me e il mondo è un libro scritto da Ta-Nehisi Coates e pubblicato nel 2015. Scritto sotto forma di lettera al figlio, diviso in tre parti con pochissime pause all’interno, finisce per rivelarsi come un messaggio forte, un pezzo unico, un libro scritto tutto d’un fiato e che si legge alla stessa maniera.

Coates racconta, senza porsi il problema di infastidire il perbenismo o la delicatezza di alcuni, la condizione di persona nera negli Stati Uniti. Ripercorre la sua vita, cominciata nella “parte sbagliata di Baltimora” – dove scopre la precarietà della vita e del suo corpo di persona nera- per continuare alla Howard University – che Coates descrive come una “Mecca” per la comunità afroamericana durante i suoi anni universitari – per poi approdare a New York – dove Coates ha portato avanti il suo lavoro di giornalista diventando un punto di riferimento per quanto riguarda gli studi sulla condizione degli Afroamericani e sulla supremazia bianca.

In Tra me e il mondo, Coates non è mai prescrittivo, fatta eccezione per l’insistenza che rivolge al figlio sull’importanza di continuare a lottare per liberarsi dai fantasmi con i quali i corpi neri negli Stati Uniti si trovano a convivere. Ma il tono del libro è sempre molto confidenziale e trova la sua brillantezza nell’analisi puntuale che si nasconde dietro il messaggio che Coates vuole mandare: un corpo nero negli Stati Uniti è estremamente più vulnerabile di qualsiasi corpo bianco e lo è davanti alla polizia, per strada, nelle scuole, negli ospedali e persino negli ambienti più prestigiosi del Paese. Questa ingiustizia, questa diseguaglianza, questa condizione è all’origine della grande paura con cui Coates vive la sua vita. Ma Coates riesce, con grandissimo coraggio, a cavalcare questa paura e imparare negli anni a capirla ed esplorarla, tanto da riuscire a parlarne al pubblico, oggi, con una lucidità non scontata.

È un pugno nello stomaco il libro di Coates, nel modo in cui si riferisce al Sogno dicendo “Ho visto quel Sogno per tutta la vita. È una casa perfetta, con un prato ben tagliato. E’ il barbecue del Memorial Day, le associazioni di quartiere, il vialetto d’accesso per la macchina. Il Sogno è una casa sull’albero, e i lupetti degli Scout. Il Sogno profuma di menta e ha il sapore della torta alle fragole” e spiegando come “per così tanto tempo ho desiderato rifugiarmi nel Sogno, di potermi sentire al caldo e al sicuro nel mio Paese (…). Ma per me non è mai stato possibile, perché il Sogno poggia sulle nostre schiene”.

Coates riesce a mettere a nudo il problema alla base del razzismo negli Stati Uniti (ma forse non solo lì), pur dimostrando sempre un amore commovente per il suo Paese. Lo fa dimostrando come questo Sogno, i suoi valori, la sua storia, la sua preservazione siano all’origine di un sistema di potere che vede una parte della società prevalere sull’altra. Vede la creazione delle cosiddette minoranze che ha permesso di definire il popolo così come viene concepito oggi. E come i governi democratici americani, proprio in quanto espressione del popolo, ghetizzino, perseguitino e lascino sola in balia dei poteri criminali la grande comunità afro-americana. Comunità afro-americana che non ha chiesto di nascerci negli Stati Uniti, che ci è stata portata con la forza perché servivano braccia di schiavi con cui costruire il grande Sogno e la grande Nazione americana. Comunità che oggi chiede di essere trattata come parte del Paese che ha contribuito a costruire. Ma purtroppo, il Sogno si regge sul fatto che qualcuno debba essere sacrificato. E su questo Coates non ha dubbi.

Eppure non cade mai nel pessimismo senza scopo e insiste affinché il figlio capisca che “Non credo sia possibile fermarli, Samori, perché in ultimo devono riuscire a fermarsi da soli. E ancora ti incoraggio a combattere. Lotta per la memoria dei tuoi avi. Lotta per la saggezza. Lotta per il calore della Mecca. Lotta per tua nonna e tuo nonno, e per il tuo nome. Ma non lottare per i Sognatori. Spera per loro. Prega per loro, se credi. Ma non pensare che la tua lotta debba diventare la ragione della loro conversione. I Sognatori dovranno imparare a combattere da soli, e capire che il campo di battaglia per il loro Sogno, il palcoscenico dove si sono dipinti di bianco, è il letto di morte di tutti noi.”

E in questo momento, Coates riesce a fare un ennesimo e inaspettato salto di qualità. Riferendosi a ciò che vede durante un viaggio a Parigi, Coates prosegue dicendo che il prezzo di questo Sogno non è pagato solo dai neri. E’ pagato da chiunque sia una minoranza rispetto al modello tradizionale dell’uomo bianco. “Ricordati dei rom che vedi mendicare per strada, con i figli in braccio, e le parole velenose che devono subire. Ricordati del tassista algerino, di come parlava apertamente prima di voltarsi per guardare me e tua madre e dirci che dobbiamo essere uniti sotto le insegne dell’Africa. Ricordati di quel rombo che sempre sentivamo salire dal sottosuolo di tutta quella bellezza (…)” E per questo, il tipo di coscienza a cui Coates spera di contribuire non è di tipo razziale, perché la razza non è che un’invenzione moderna delle teorie razziste, ma piuttosto di tipo cosmico. Perché, come conclude nelle ultime pagine “Una volta i parametri del Sogno erano ingabbiati dalla tecnologia e dai limiti dell’uso dei cavalli e del vento. Ma i Sognatori hanno fatto grandi progressi (…) E questa rivoluzione ha reso capaci i Sognatori di massacrare non solo i corpi degli esseri umani bensì il corpo della Terra stessa. La Terra non è una nostra creazione. Non ha nessun rispetto per noi. Non ha nessun fine. E la sua vendetta non sarà il fuoco nelle città ma le fiamme nel cielo”. Dal quale nessuno potrà scappare.

È una chiamata alla riflessione e all’azione quella che fa Coates in Tra me e il mondo, una chiamata alla comunità afroamericana a riflettere sulla e non subire soltanto la condizione di corpo nero. A rifletterci non solo in termini di black pride e di colore della pelle. A non fermarsi alle piccole vittorie simboliche. A scavare nelle dinamiche di potere, sulle origini del razzismo ed esplorare la condizione simile di tanti altri gruppi sociali. A capire perché la battaglia per i diritti civili non ha portato ad una vera integrazione.

Ma può essere anche una chiamata ai bianchi perché diventino consapevoli che qualcosa di molto brutto accadrà se non affronteremo davvero i fondamenti su quale il nostro sistema mondo si basa. A rifletterci in maniera più sincera e completa di come viene fatto oggi. A smettere di pensare che le concessioni che portano un Presidente nero ad essere eletto, un posto di lavoro ad essere riservato al gruppo svantaggiato dei neri, un film culturalmente bianco ma con un protagonista nero, possano essere azioni significative nel migliorare la vita di milioni di persone.

E’ un libro onesto e convincente quello di Coates, uno di quelli che non si dimenticano. In meno di 200 pagine, riesce a metterci dentro un’autobiografia, un messaggio d’amore per il figlio, quello per il suo Paese, un’analisi storica e sociale puntuale. Eppure, non si dovrebbe mai credere alle recensioni e alle persone che esaltano o criticano un libro. Leggere per credere. Aprite quelle pagine e poi ne riparleremo.       

Francesca Di Biase

                                                                        

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