Vice – L’uomo nell’ombra: un mefistofelico Christian Bale

Siamo all’inizio degli anni ’70 e Dick Cheney, operaio alcolizzato del Wyoming, riesce ad essere ammesso all’università, grazie all’aiuto della sua intraprendente fidanzata Lynne; ma Dick finisce col farsi espellere e viene arrestato per guida in stato di ebbrezza. A questo punto Lynne gli dà un ultimatum: o diventa un uomo di potere o tra loro è finita.

Comincia così la biografia non autorizzata di Dick Cheney, colui che è stato il più giovane capo dello staff della Casa Bianca negli anni ‘70, deputato e portavoce repubblicano negli anni ‘80, segretario della Difesa con George Bush e CEO della potentissima compagnia petrolifera Halliburton negli anni ‘90 e, dulcis in fundo, il più influente vicepresidente della storia degli Stati Uniti negli anni Duemila.

Interpetato da un impressionante e irriconoscibile Christian Bale – ingrassato di oltre venti chili – Dick Cheney comincia così la sua scalata al potere, prima seguendo le orme dell’astuto repubblicano Donald Rumsfeld – interpretato da Steve Carell – e poi facendosi strada per conto proprio all’interno delle stanze del potere americano.

L’intera vicenda è raccontata attraverso gli occhi di un “americano medio”, un narratore esterno che, in maniera geniale, andrà poi a diventare suo malgrado un protagonista attivo nella biografia di Cheney – la frase può risultare confusa, ma volevo evitare lo spoiler in ogni modo!
Ciò rende la narrazione degli eventi abbastanza straniante e, attraverso un’ironia tagliente e mai forzata, rende più leggero e coerente lo snodarsi della trama.

Attraverso la rievocazione dei principali eventi della storia americana degli ultimi quaranta anni – a partire dallo scandalo Watergate, all’attentato dell’11 settembre 2001 e le seguenti invasioni americani dell’Afghanistan e dell’Iraq – assistiamo all’inarrestabile ascesa di Dick Cheney. Esso è dipinto con tratti assolutamente mefistofelici – sia sotto il profilo fisico che sotto quello psicologico-morale – e lo stesso Christian Bale, nel ricevere il Golden Globe per la sua interpretazione, ha ironicamente ringraziato Satana per averlo ispirato nell’interpretazione di Cheney; egli infatti, nonostante le sue malfatte, un attacco cardiaco dopo l’altro sfugge continuamente alla morte, divenendo sempre più spietato e potente.

Non è da meno però sua moglie Lynne – interpretata da Amy Adams – con la quale Cheney forma la perfetta power couple, spietata e bramosa di potere al punto da mettere la conquista e il mantenimento dello stesso prima di qualsiasi logica familiare.

Nel punto più alto della sua carriera politica, quello di vicepresidente sotto George W. Bush, Cheney riesce finalmente ad attuare la Teoria dell’Esecutivo Unitario, un vero e proprio accentramento di potere nelle mani del presidente, che però Cheney riesce a tenere quasi tutto per sé. Grazie a mistificazioni, aggiramenti di leggi e convenzioni internazionali, Cheney riuscirà a trasformare l’orrido attentato dell’11 settembre 2001 in un’opportunità per far fruttare i propri interessi politici ed economici.

Cheney però non sembra mai bramare il potere per puro interesse personale; annidato nell’ombra, egli sembra guidato da una mano diabolica: quella del neoliberismo e delle sue derive più buie e capitalistiche, dell’economia che prevarica la politica e qualsiasi forma di moralità e che ha condotto alla seconda guerra del Golfo e alla crisi economica del tardo capitalismo.

Con un ritmo forsennato da commedia, Adam McKay, dopo La grande scommessa, continua con nel filone della satira; questa volta ad essere presa da mira è però la politica, nelle sue derive più oscure.
Il suo è uno stile eclettico, modellato da un’ironia tagliente e usata in punta di fioretto, con continue rotture della quarta parete, che lo rendono immediatamente riconoscibile e gradevole anche allo spettatore meno raffinato.

Danilo Iannelli

 


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