Qualche settimana fa son tornato dopo tanto tempo a Escolca, il piccolo paese in cui é nato mio padre.
Ho rincontrato alcuni dei miei vecchi amici d’infanzia, con cui ero solito passare parte della mia estate.
Alcuni di loro son partiti e andati dall’altra parte del mondo. Letteralmente. Alla ricerca di cosa, se di una esperienza a tempo o di uno spazio nel mondo sul lungo termine, lo sanno solo loro.
Altri son rimasti, invece. Nel parlare con i primi, ho ritrovato parole familiari. Il classico “molto bello” che asseconda l’entusiasmo dell’interlocutore con il successivo “ma però..” a sottolineare che partire non è facile come dicono e non è solo rose e fiori.
Nel parlar con i secondi, ho ritrovato quasi delle scuse. Letteralmente. Sembravano quasi mortificati, quasi dovessero giustificarsi per il loro non esser partiti. Per il loro essersi “accontentati”.

Quand’è che partire è diventato obbligatorio per goder di dignità?

“Non sono partito ma..”

Partire non è facile.
Ma neanche restare.

Mi è capitato diverse volte di sentire genitori parlar dei figli “io gli ho detto di andarsene ma lui non vuole”, quasi fosse una colpa.

Partire non è obbligatorio. E chi non parte non è automaticamente un vigliacco, un pigro, una scansafatiche.

Ci son quelli che rimangono per combattere qui, martiri della patria.
Ci son quelli che rimangono per amore, romantici immortali.
Ci son quelli che rimangono per la famiglia,
che non hanno bisogno di andar via per realizzare di volerli accanto nel quotidiano.
Ci son quelli che rimangono perché va bene così e si fa quel che si può, e per fortuna che ci sono anche loro.
Ci son quelli che rimangono per tutti questi motivi, che sono a modo loro eroi dei nostri giorni.

Avrebbe potuto scegliere di partire, trovando facilmente lavoro, trovandosi un posticino carino dove vivere e tutto il resto.
Ma non faceva per lui.
Ha scelto di rimanere a casa. Vicino agli affetti, al calore della familiarità, provando a costruire il costruibile così, e sarà quel che sarà.

Avrei potuto scegliere di restare, lottando da dentro un sistema che va cambiato, con meno certezze, meno prospettive, guadagnando meno, subendo più frustrazione, godendo meno delle cose, vivendo peggio.
Ma non faceva per me.
Io ho scelto di partire, perché dovevo farlo. L’idea di restare mi metteva sgomento. E per realizzare il mio sogno di restare con un piede in Olanda, dove ho trovato la mia serenità, e con uno in Italia, dove vorrei lottare per migliorare le cose, era il modo migliore, per me.
Io non sarei potuto rimanere, ora.

Se chi resta è pigro,
allora chi parte è un vigliacco.

Ci vuole coraggio per partire quanto per restare.
Ci vuole energia per partire quanto per restare.

Solo, in maniera diversa, da caso a caso, da persona a persona.

Partire o restare sono due di due possibili percorsi.
Ed ognuno dovrebbe esser libero di scegliere in base alle proprie inclinazioni, ai propri valori, ai propri obiettivi.

Fabio Porru

One comment

  1. A volte restare significa partire e viceversa; e nel trambusto di tutta questa confusione punti cardinali soggettivi ci orientano nelle scelte e nelle scelte dei percorsi. Volare metaforicamente o fisicamente? Questo il tanto discusso arcano nella vita. Sarà l’impossibile contemporaneità di entrambi che ci preclude le prospettive? Per ora qualche storia di Instagram per sentirsi al mare.

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