Il sistema carcerario in Corea del Nord

Nel  2015 uno studente americano di ventidue anni  dell’Ohio, Otto Wambier, strappò un manifesto di propaganda di Kim Jung Un al Yanggakdo Hotel, dove vi era scritto “Armiamo noi stessi fortemente con il patriottismo di Kim Jong Il”. Il gesto venne ripreso dalle telecamere di sicurezza del quinto piano (piano dedito solamente allo staff dell’albergo) e da quel gesto iniziò il suo oblio.

Il  due gennaio del 2016 venne arrestato dalla polizia della Corea del Nord accusandolo di crimini verso l’ideologia del loro paese, quindi direttamente  verso Kim Jong Un.

La notizia del suo arresto non tardò a fare il giro del mondo in pochissimi giorni. Non era in ballo solo la vita di un ragazzo americano che aveva commesso un gesto stupido con ripercussioni molto gravi, ma era in ballo anche la fragile politica (di avversità) tra il mondo esterno e quello isolato e surreale della Corea del Nord.

Durante una conferenza stampa di marzo del 2016, Otto Wambier fece una dichiarazione stravagante e del tutto pilotato dalle autorità del paese dove era stato incriminato. Infatti il discorso che rilasciò portò l’opinione pubblica mondiale ad un risultato quanto meno scontato: “Non erano parole sue”, infatti il modo in cui si espresse sembrava architettato ad Hoc dai funzionari coreani. Diceva che era stato indotto dalla amministrazione americana a commettere il crimine, inoltre confessò che una madre di un suo amico dell’Ohio, la quale, a detta di Otto durante la conferenza, voleva colpire e danneggiare lo spirito dei coreani, rubando il suddetto manifesto e riportarlo nell’Ohio come trofeo anticomunista in cambio di una macchina usata del valore complessivo di dieci mila dollari. Tutto il suo discorso era finto, nessun ragazzo di ventidue anni avrebbe mai espresso tali pensieri ripieni di odio verso la propaganda americana e le sue manipolazioni negli affari esteri di altri paesi. Alla fine, il giudice coreano emano il suo verdetto di 15 anni di lavori forzati per Otto.

La Corea detiene tra i 150-200 mila prigionieri politici sparsi in sei campi di prigionia, detti Kwanliso e tra i 15-20 campi di rieducazione.

Secondo un report della “National Commission of Human Rights” rivelò che i campi di prigionia per criminali politici possono essere generalizzati in due tipi: il primo è il campo di massima sicurezza detto “zona di totale controllo”, dove i prigionieri rimangono imprigionati a vita, e il secondo “Campo di alta sicurezza” o chiamata anche “zona rivoluzionaria”, che consiste in una di detenzione dove i prigionieri vengono liberati dopo avere scontato la loro condanna.

Un dato rilasciato dal “Human Right Watch”, rivelò le condizioni di tortura, gli abusi fisici e sessuali e le esecuzioni che avvenivano in questi campi, dove risiedevano non solo i criminali ma anche i loro genitori, figli e nipoti incarcerati per colpa del loro parente.

Un report di Amnesty International aveva scoperto di un bambino (ma come tanti altri) imprigionato per 243 giorni all’interno di una “cella di tortura” dove era impossibile stare in piedi o sdraiati in essa. Altre torture come la tortura del piccione, dove le mani del prigioniero sono legate dietro ad un tubo di ferro, costringendo la testa a guardare verso il basso (portando il suo corpo ad una posizione che ricorda il piccione appunto) e venendo ripetutamente colpito.

Nel 2002, il New York Times, intervistò 35 ex detenuti che erano riusciti ad evadere dalla Corea del Nord, dove 31 di loro avevano rilevato di aver visto morire molti bambini a causa della malnutrizione o soffocati con dei sacchi di plastica. Due di loro avevano persino visto che le guardie avevano costretto delle madri a seppellire i loro bambini di nemmeno due anni.

Purtroppo questi dati sono solo un frammento di ciò che accade in questi “campi di lavoro”, centinaia di migliaia di prigionieri politici muoiono prima di concludere la loro condanna. Al sistema giudiziario coreano non importa che essi rimangono vivi, essendo stati accusati di crimini contro la patria e l’ideologia del loro leader supremo, portando cosi, secondo Amnesty International, che il 40 percento dei detenuti muore per malnutrizione.

Nel 2019 le condizioni di queste povere persone non sono ancora cambiate e il problema è che non si sa ancora quando ciò sarà possibile.

Elson Dauti

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