Almeno una volta nella vita ci saremo chiesti da dove, come e quando è nato il linguaggio umano, la capacità propria dell’uomo di esprimersi verbalmente. La risposta è tutt’altro che scontata.

Le domande che gli studiosi si sono posti e si pongono tutt’ora in merito alla natura del linguaggio e, in particolare, della “facoltà di linguaggio”, sono molteplici: le capacità verbali umane hanno carattere innato o acquisizionale? Si sono sviluppate tramite un’unica mutazione casuale o gradualmente attraverso un processo continuo di selezione? C’è continuità tra le forme di comunicazione animale e il linguaggio umano?

Proprio su quest’ultimo punto si scontrano le due principali teorie, che si contendono le ipotesi sull’origine del linguaggio: la teoria della discontinuità di Noam Chomsky e la teoria del protolinguaggio di Derek Bickerton.

Noam Chomsky, linguista, teorico della comunicazione e filosofo statunitense, sostiene che il linguaggio attinge ad una dotazione biologicamente innata, un modulo che è specificatamente linguistico, presente nel cervello umano. A questo modulo lui da il nome di LAD (Language Acquisition Device, “ Dispositivo di acquisizione della lingua “) o anche GU, Grammatica Universale, comune a tutte le lingue.
Inoltre, rigetta le teorie evoluzionistiche, sostenendo che la Grammatica Universale si è sviluppata grazie ad un’evoluzione più o meno unica e casuale. In quest’ottica, quindi, si può dire che il cervello umano non contiene solo generiche capacità di elaborazione logica, di memoria e di “problem solving”, ma ha sviluppato anche capacità che sono proprie del linguaggio. Per giustificare la sua radicale posizione, Chomsky parte dall’idea della “Povertà dello Stimolo”: l’input linguistico, lo “stimolo” (ovvero le produzioni linguistiche) al quale il bambino è esposto durante l’acquisizione del linguaggio è molto povero, disordinato, in parte contraddittorio e fortemente incompleto. Per questo, per sviluppare una piena competenza della lingua ha bisogno di una base linguistica biologicamente innata.

Sul versante opposto, quello del continuismo, le capacità linguistico-cognitive degli animali vengono identificate come momenti di un “continuum” semiotico, differenti da quelle dell’uomo solo secondo un grado di minore o maggiore complessità. Il linguista Derek Bickerton, negli anni ’70 avanzò l’ipotesi che il linguaggio moderno sia piuttosto recente e che, in tempi lontani, l’essere umano impiegasse un protolinguaggio, ovvero un linguaggio rudimentale semplificato. Vengono così delineate tre fasi evolutive secondo Bickerton:

  • Fase 1. Creazione di prelinguaggi (a partire da Homo habilis)
  • Fase 2. Creazione di protolinguaggi (a partire da Homo erectus)
  • Fase 3. Creazione di linguaggi complessi (Homo Sapiens)

L’introduzione di questo protolinguaggio avrebbe determinato un salto di qualità nell’architettura cerebrale e nel pensiero umano; quindi una pressione evolutiva richiedente un cervello di maggiori dimensioni.  Alcuni fattori avrebbero poi contribuito alla coevoluzione cervello-linguaggio (Deacon), primo fra tutti l’abbassamento della laringe a partire dall’Homo erectus, con un conseguente vantaggio nel controllo e nell’articolazione dei suoni.                

Sicuramente la teoria di Chomsky è stata, ed è, la più studiata e la più discussa. Per il più famoso linguista vivente, il linguaggio umano è troppo complesso per essere spiegato con i meccanismi della selezione naturale; non accetta, quindi, il concetto di “gradualismo” insito nella teoria evoluzionistica darwiniana.                                                                              E proprio per questo viene aspramente criticato. Così, recentemente, alcuni studiosi hanno sentito la necessità di prendere una posizione più “sfumata” e di spiegare come il modulo linguistico si sia evoluto passo per passo nel cervello.

Ci hanno provato i “figli” di Chomsky, Steven Pinker e Paul Bloom, che hanno dato alla sua teoria una svolta “darwiniana”: per loro la Grammatica Universale ipotizzata da Chomsky esiste, ma essa non può che essersi sviluppata attraverso la selezione naturale. Proprio perché il linguaggio è cosa complessa, si deve essere evoluto attraverso “modificazioni numerose, successive e lievi”; così, prima si è sviluppata nel cervello una micro-grammatica embrionale e poi, via via, una grammatica più complessa. Allo stesso modo si è andato a complessificare sempre più anche il cervello, per accogliere al suo interno questa grammatica: per questo si parla di “brain shaped by language”, “cervello plasmato dal linguaggio”.

Tutt’oggi non si è ancora arrivati ad un punto comune; le teorie rimangono molte e nessuna di loro può essere scientificamente provata. Per questo, quello del linguaggio e della sua genesi, rimane un campo di ricerca aperto e in continua evoluzione.

Giorgia Andenna

BIBLIOGRAFIA:

  • Ferretti F., La facoltà di linguaggio: determinanti biologiche e variabilità culturale, Roma, Carocci Editore, 2015

SITOGRAFIA:

Foto da https://sociologicamente.it/i-numeri-sono-un-linguaggio/

 

Rispondi