Politici per gli altri o statisti per noi stessi?

Qualche giorno fa, nel giro di poche ore ho avuto due conversazioni su temi profondamente diversi tra loro (ma che forse, ridotti all’essenziale, poggiano le loro basi su di un principio comune) con due persone anch’esse profondamente diverse (che a loro volta però condividono alcuni ideali, fra cui quello di voler migliorare un po’ il mondo). La legalizzazione delle droghe con una e l’idea di “Economy for the Common Good”* con l’altro.

Entrambe queste persone mi hanno accusato, se di accusa si può parlare, di essere un idealista, di vivere in un mondo di utopia e di non tenere conto della realtà dei fatti. Non è la prima volta che mi viene detto di essere un utopista e di vivere di sogni, oggi più che mai sono però convinto del fatto che il tono accusatorio con cui parole o frasi come “idealista”, “ma la realtà è diversa”, “tu vivi in un mondo di sogni” vengono pronunciate sia estremamente pericoloso. Probabilmente è vero che sono un idealista, ho sempre un occhio che guarda a come il mondo dovrebbe essere; l’altro occhio è tuttavia sempre ben puntato su ciò che mi succede attorno, su come il mondo è. Nessuno di noi si illude di vivere in un mondo perfetto, e chi lo fa mente a se stesso ed agli altri; siamo tutti consapevoli che in qualche modo il mondo potrebbe girare meglio di così, che sicuramente qualcosa la si potrebbe migliorare e forse abbiamo anche un’idea di come lo si potrebbe fare. Ebbene c’è una frase pronunciata per la prima volta da De Gasperi (o Freeman Clarke che sia) che recita: “Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione”; viene quindi spontaneo chiedersi se noi, quando pensiamo alla nostra idea di come si potrebbe migliorare il mondo, lo vogliamo fare da politici o da statisti.

Pensare da statisti significa essere consci di non poter risolvere i problemi del mondo seduta stante, con uno schiocco di dita. Significa avere ben chiaro che la storia è un processo, che la Rivoluzione Francese è stata scatenata da un maldestro “se non hanno pane dite loro di comprarsi le brioches”, ma la rivoluzione non era già in atto a quel punto? Che oggi il vaiolo è stato debellato, ma dopo quanto tempo dalla scoperta del suo vaccino? Che le dittature alla fine si sconfiggono, ma a quale costo? Pensare da statisti/idealisti significa cercare di adattare il mondo al nostro ideale, non il nostro ideale al mondo. Significa rifiutare la mediocrità intellettuale, significa vincere la pigrizia insita negli esseri umani, ulteriormente amplificata da un sistema che satura i nostri cervelli e prosciuga i nostri corpi. Per guardare al mondo da statisti/idealisti, ai due occhi di prima puntati rispettivamente su come il mondo dovrebbe essere e su come il mondo è, ne dobbiamo aggiungere un terzo, puntato su come il mondo può essere, su come noi possiamo avvicinare il mondo che è al mondo che dovrebbe essere e non accontentarci del contrario.

Pensare da politici.. Bé gli esempi abbondano: la “crisi” migratoria in Italia per coprire la più vera e profonda crisi economica, sociale e politica; la Brexit usata per nascondere la spaccatura interna al partito conservatore in UK; l’ecclettica politica estera di Trump per soddisfare le lobby che lo sostengono… Negli esempi citati sopra pensare da politici vuol dire fare la tessera del partito fascista “perché tanto un branco di poveracci nascosti fra le montagne non potrà mai sconfiggere il fascismo, mentre se ho la tessera posso prendere i treni-che-arrivano-sempre-in-orario”, oppure rinunciare alle ricerche sui vaccini “perché tanto fra qualche secolo esisteranno i no-vax quindi dai campioni di vaiolo e dagli infetti ci sto ben lontano e mi chiudo in casa al sicuro”. Pensare da politici vuol dire accontentarsi di un effimero ma sicuro vantaggio immediato piuttosto che impegnarsi per un graduale, ma profondo e duraturo cambiamento a beneficio di tutt*.

Per tirare le fila: in un mondo che ci vuole politici con gli interessi degli altri (leggi: populismo), cerchiamo tutti di essere un po’ più statisti con i nostri ideali. Forse non vedremo il mondo che dovrebbe essere, ma almeno sapremo di aver contribuito a plasmare il mondo che poteva essere, creando così lo spazio per un nuovo può essere, un po’ più vicino a quello del dovrebbe.

Mattia Comoglio

*Il principio alla base di una Economy for the Common Good (“Economia per il Bene Comune/del Buon Senso”) è quello soppiantare il capitalismo giocando con le sue stesse regole, sostituendo cioè al Denaro il concetto di Bene Comune nel ruolo di obiettivo della crescita economica, di bene da capitalizzare e di catalizzatore del potere. Per info: https://www.ecogood.org/en/

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