Dare forma al futuro, scegliere l’utopia

Siamo alla fine dell’anno 2018. Il nuovo anno 2019 è alle porte. Passato-futuro. Rimorsi-speranze. Gioie-nostalgia. Ogni fine dell’anno, gli esseri umani si dividono in due gruppi. Quelli che abbracciano la fine dell’anno e fanno bilanci dell’anno vecchio e progetti per quello nuovo. E quelli che rifiutano di razionalizzare il corso della vita, i cambiamenti, o i dolori sulla base di un momento a cui è stato attribuito il ruolo di spartiacque.

In ogni caso, il secondo come il primo gruppo si ritroverà frequentemente nella propria vita e pensare al passato e sognare al futuro. Quando siamo stati infelici, pensiamo al futuro con speranza. Quando siamo stati felici, pensiamo al passato con nostalgia, resistiamo all’idea del lasciarcelo alle spalle, e temiamo o ci disinteressiamo al futuro. Quasi tutti auguriamo a noi stessi e ai nostri cari la capacità di saper guardare al passato con gratitudine, di saperlo lasciare andare, di abbracciare il futuro con gioia.

Questo è il motore che spinge l’essere umano. Il futuro, l’idea che esista qualcosa di diverso e che non conosciamo, la speranza che quel futuro possa essere in ogni caso più felice del passato. La storia umana è frutto di questa speranza.

Eppure noi viviamo in un tempo proprio strano. Un tempo in cui i genitori si aspettano che i loro figli staranno peggio di loro. Un tempo in cui il futuro è un topos di spettri e paure. Un tempo in cui quegli ostacoli che incontriamo alla fine dell’anno 2018, ci sembrano insormontabili nel 2019. Un tempo in cui il futuro, smette di essere motore. Un tempo in cui senza speranza verso il futuro, ci rivolgiamo al passato.

Il sociologo Zygmunt Bauman, con la lucidità che lo ha sempre contraddistinto, ha pubblicato il suo ultimo saggio intitolato “Retrotopia”, proprio descrivendo il nuovo millennio come un tempo in cui le società moderne rispondono al presente con un’invocazione a un passato idealizzato che non esiste più o non è mai esistito. In genere nella vita, le persone che rimangono bloccate nel passato, rimangono impantanate e infelici. A livello sociale, non è molto diverso.

L’assenza di un orizzonte comune, di una coscienza collettiva che sia in grado di progettare il nuovo mondo ci sta logorando, dividendo, spegnendo come collettività. È la paura che prende forma e rinforza sé stessa. La globalizzazione, questa parola così sdoganata e spaventosa, che solo venti anni fa era sinonimo di pace e di libertà, oggi è sinonimo di vulnerabilità e isolamento.

È chiaro che qualcosa è andato storto. È chiaro che la direzione verso cui stiamo andando lascia insoddisfatti o spauriti molti, o quasi tutti. Un pianeta che non sappiamo se sopravviverà a sé stesso e capi di stati che negano l’evidenza come bambini. Un welfare che retrocede e retrocede. Un libero mercato che offre infinite possibilità, senza nessuna garanzia. Un’Africa che si moltiplica e si sposta. Un’Unione Europea che non riesce a dare quella protezione che si desidera. Una diseguaglianza globale che aumenta. Un progresso senza etica.

Ma noi non vogliamo chiudere il 2018 con questo nichilismo e pessimismo leopardiano. Al contrario, noi vogliamo tentare un esercizio fondamentale per questo nuovo anno: provare a immaginare un diverso 2019. Io, per esempio, il 2019 me lo immagino come un anno in cui tutti noi esseri umani e cittadini facciamo uno sforzo di fantasia e proviamo a immaginarci come sarebbe il mondo in cui vorremo vivere. In cui mettiamo in discussione le fondamenta stesse del sistema in cui viviamo. Per poter recuperare quell’esercizio del vedere il futuro laddove non c’è niente, e dell’immaginare delle alternative che non siano storie già vissute. Questo continuerà come esercizio continuo con la consapevolezza che nessuna risposta può essere definitiva e immutabile. Nel 2019 che vorrei saremo in grado di prendere questo mondo immaginario ed identificarne le caratteristiche principali e i fondamenti per poterli prioritizzare e trasformare in obbiettivi specifici. Ognuno di noi, in base alle nostre preferenze e caratteristiche, si dedicherà a rendere alcune di queste cose reali, in forma individuale e sociale.

Sicuramente, mentre praticheremo questo esercizio, ci troveremo di fronte ad enormi interrogativi che devono necessariamente essere posti a livello macro perché le risposte non si troveranno se tutti i policy-makers del mondo non si siederanno assieme e tratteranno i loro cittadini come cittadini del pianeta terra, che dovranno riuscire a salvarsi a vicenda o nessuno si salverà.

Ma perché questa consapevolezza compaia, si deve creare una coscienza collettiva, fresca e attiva. La società, fatta di individui, deve smettere di trovare scorciatoie e soluzioni facili. Deve abbandonare quell’approccio funzionalista che ci porta a vedere i problemi come singoli questioni separate a cui dover dare soluzioni immediate.

Il ruolo dell’utopia è quella di guidarci, di avere un’idea generale e un obbiettivo comune e a lungo termine come comunità intera. Il che significa che ognuno di noi deve iniziare a recuperare questa pratica persa di immaginare un mondo nuovo e diverso, rifiutando pratiche di ritorno a quello vecchio, o di ignavia. E poi deve trovare il modo di creare degli spazi nuovi di confronto, che siano ripensamenti di spazi reali e veri o scoperta di quelli creati dal mondo virtuale. Perché non basta parlare di approcci bottom-up o aspettare che le soluzioni arrivino dal cielo. Bisogna che tutte le componenti della società imparino a comunicare e a cooperare per creare il futuro. Perché il passato è per definizione finito, perché il presente non è soddisfacente, perché il futuro è l’unica speranza.

Per dare un esempio pratico. Oggi notiamo che la precarietà nel mondo del lavoro aumenta. Perché? Risposte facili come è colpa dell’Europa, della globalizzazione o di chi sposta le fabbriche in Romania sono tutte risposte inutili, e appartengono al 2018. La precarietà nel mondo del lavoro l’abbiamo creata attraverso una catena di azioni, scelte, costrizioni che non posso essere ricreate e srotolate all’indietro. Andare a vedere come i miei genitori avessero un posto fisso che li aspettava dopo la laurea è una pratica che mi porta a rivolgermi al passato e non al futuro, e appartiene al 2018. Nel 2019, mi chiedo come mi immagino il mondo del lavoro del futuro? Lavoratori che devono crearsi il lavoro? Ritorno all’agricoltura? Un lavoro completamente automatizzato? E come risolvo il problema dell’incertezza nel mondo del lavoro e dell’elemento umano in questo quadro? Come posso riorganizzare la società in modo tale che le persone possano svilupparsi nonostante questa precarietà? E’ possibile trovare delle nuove forme di solidarietà? E’ possibile che nella società del futuro, si tenti di creare nuove forme di sostentamento che si sostituiscano, in parte, al Welfare? O al lavoro individuale tradizionale? E’ possibile automatizzare il lavoro e impiegare le persone in maniera diversa? E includere in questo processo vecchi, bambini ed elementi deboli della società?

Si comincia dalle domande perché le domande disegnano il perimetro di ripensamento e di azione. Le risposte poi si costruiscono. Anche Umberto Eco ha scritto un saggio sull’importanza del porsi le domande, in un’epoca in cui le risposte sono state sdoganate dall’enorme quantità di informazioni disponibili su internet (e, aggiungerei io, anche dalla tendenza a dare risposte veloci a qualsiasi domanda).

Il senso di scrivere come ultimo libro proprio un saggio sull’importanza dell’utopia, per Bauman rappresenta proprio uno squillo di tromba in termini dell’urgente necessità di recuperare un tipo di esercizio che parte dall’importanza di porsi domande e di rispondervi attraverso un esercizio di costruzione dell’utopia, di sogno del futuro, di ribellione intellettuale ad un modello economico e totalizzante che ci ha convinti che non possano esistere delle alternative. Le risposte prendono tempo ma per cominciare a porsi le domande potremmo pensare di approfittare di questo 2019 alle porte.

Francesca Di Biase

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