Una mujer fantástica

Ci sono registi che ci hanno molto condizionato nella visione del mondo LGBT. In Europa si potrebbe far l’esempio di Almodóvar col gusto per l’intaglio barocco, gli accostamenti cromatici ed il suo viraggio verso il grottesco. Scegliendo un autore anche più significativo potremmo fare il nome di Rainer Werner Fassbinder che fu sperimentatore teatrale, cinematografico e televisivo.

Tutt’altro approccio però è quello di Sebastián Lelio, regista già di Gloria e che nel 2018 ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero e l’Orso alla Berlinale per la miglior sceneggiatura. La carta vincente? Il suo film Una donna fantastica con protagonista Daniela Vega, trans nella vita reale e cantante lirica come il personaggio principale.

Film che parte come storia di perdita, si scopre infine di affermazione e d’identità. La morte di Orlando, compagno della protagonista Marina, espone la protagonista all’umiliazione della società, agli insulti della famiglia, alle insinuazione di segreti torbidi nel suo rapporto con l’amato.

Lelio rifiuta il melodramma e non vuole fronzoli estetici che interferiscano con i fatti concepiti in sede di sceneggiatura. La luce è ancorata alle cose, la sua freddezza è anche rispetto della protagonista che non ha bisogno di filtri cromatici per scatenare antipatia o simpatia.


La città di Santiago non è la Madrid di Carne Tremula né una Berlino espressionista alla Fassbinder: è un luogo come tanti dove le note fantastiche, oniriche o grottesche non si prendono mai di confidenza con l’ambientazione. Al massimo quest’ultime sono solo espressioni della protagonista e come lei piuttosto discrete ma dalla forte presenza.

La camera non eccede in movimenti né scade in affettatezze: vuole asciuttezza e muscoli per mostrare ciò che ha davanti, rifiuta il grasso di possibili stilizzazioni. La direzione attoriale è calibrata e ottiene con una semplicità estremamente lavorata il massimo dell’effetto. Nella luce fredda e nitida del film l’atmosfera si fa cristallina e senza troppi compiacimenti.

Premi meritati quelli del film: il suo rigore fa onore al regista che è discreto e sa come spingere all’empatia senza spingere troppi pedali estetici o patetici.

Film da scoprire, sarà di sicuro immancabile per chi ama il cinema sudamericano che non scorda come dar sorprese.

Antonio Canzoniere

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