Siamo tutti Strade

Simone Ranalli, classe ‘89 di Roma Nord, sul palco diventa Strade. Strade perché ognuno di noi è destinato in qualche modo ad incontrarsi e scontrarsi con gli altri. Dopo averlo sentito in apertura al concerto di Leo Pari (29.11 – Largo Venue, RM) ho iniziato a parlarci e ho deciso di fargli qualche domanda e tra la preparazione di un caffè e due risate mi risponde.

Prima di essere Strade, chi sei?

Sono un ragazzo che fa l’adattatore e il doppiatore, estroverso e insicuro allo stesso tempo, alla larga dagli stereotipi. Da sempre ho avvertito la necessità di esprimermi in ogni modo possibile. Quando avevo 15 anni ho conosciuto un ragazzo che abitava vicino casa mia e siamo diventati amici, ci vedevamo i pomeriggi per studiare ma alla fine si suonava solo.

Quando e come hai deciso di intraprendere questo percorso?

Ho ricevuto formazioni diverse che mi hanno portato nel tempo a far parte di diversi gruppi: suonavo la chitarra ed ero la seconda voce, scrivevo già e rendevo i miei testi senza troppi pensieri ai gruppi di cui ho fatto parte, però dopo l’ennesimo scioglimento – sia a livello musicale che personale – ho deciso di iniziare un percorso da solista con le mie canzoni.

Quando hai iniziato a comporre?

Sono stati percorsi che si sono sviluppati in contemporanea, appena ho iniziato a suonare ho iniziato a scrivere. Come se fossero delle abilità da portare avanti insieme.

C’è qualcuno che ti è stato maggiormente di supporto per suonare e cantare?

Tutta la mia famiglia ha sempre creduto in me, per esempio mia sorella che non aveva mai suonato uno strumento ha imparato a suonare la tastiera per supportarmi e dare il suo contributo. Ma io in primis considerando le batoste che ho dovuto affrontare.

Ogni cantante pensa a qualcuno o qualcosa per produrre una nuova canzone, tu come fai?

Il processo creativo è molto difficile da descrivere. Principalmente scrivo per spiegarmi delle cose, per spiegarmi il quotidiano. Scrivere ti mette in contatto diretto con i tuoi pensieri, riesci a definire i contorni e “limitare”. A volte penso che mi piacerebbe avere una pennetta usb in modo tale da raggruppare tutti i miei pensieri: mi capita di svegliarmi la notte e sentire delle melodie. E poi ogni volta che scrivo devo provare un po’ fastidio, scrivo di pancia, di fegato, estraggo quel coltello che mi ha fatto male, lo guardo, lo esamino e lo supero.

Il primo brano che è uscito è Chesterfield, com’è nato e perché questo nome?

In maniera molto lineare: stavo fumando una chesterfield e pensavo a cosa dire a una persona. È la descrizione di una situazione e, una volta buttate giù, le parole suonavano da sole, come normalmente accade.

In Chesterfield ripeti insistentemente tu sei speciale a chi è rivolto questo messaggio d’amore?

Eh, ma questo non te lo dico! A chi si merita quella frase.

Nel video di Chesterfield appaiono due unicorni, perché questa scelta?

Avevo molte idee sul video e volevo far risaltare l’idea della specialità. Hai presente il mito di Platone delle due metà? L’unicorno rappresenta l’unicità. Poi però è successo che dopo aver girato il video è iniziata la moda degli unicorni, ed erano ovunque. Quindi per quanto volessi utilizzarlo per essere un po’ fuori le righe, mi sono ritrovato ad esserci completamente dentro.

Che effetto ti ha fatto vedere la gente appassionarsi a questa canzone?

Uff, bomba! Mio unico motivo per cui suono. È come se ci fosse una versione nuova ogni volta, ogni persona che l’ascolta grazie al suo vissuto ne crea una versione personale! A volte degli estranei mi dicono che ho descritto perfettamente la loro situazione del momento! È come un contenitore in cui sono raggruppate emozioni diverse ma che hanno qualche cosa in comune. E vedere che ha avuto e sta avendo riscontro mi manda in estasi!

Che rapporto hai con chi ti segue?

Enorme gratitudine! Chi mi ascolta mi concede spazio.

Da poco sei anche nella playlist “Scuola Indie” di Spotify: come ti sei sentito quando l’hai visto?

Sono felicissimo e ne sono onorato, mi riempie di gioia vedere Chesterfield apprezzata anche da chi prima non aveva idea di chi fossi.

Ti senti completamente indie o riconosci in te anche l’influenza di altri generi?

È un discorso complesso, come dicevo prima non mi piacciono le etichette, io faccio la musica che mi piace e sono influenzato da un sacco di roba, gli Oasis sono ciò che mi risuona di più ma riconosco di utilizzare suoni anche degli ’80. Però se mi senti cantare accompagnato solamente dalla chitarra ti rendi conto che sono totalmente britpop ’90. Un altro che mi piace un casino è Motta, dice quello che vuole come lo vuole.

Chi è il tuo artista italiano preferito del passato e perché?

Il cantautorato italiano è ciò che preferisco, anche se credo andrebbe fatta una distinzione tra due tipi di cantautorato: uno in cui si predilige trattare grandi concetti senza badare troppo alla musica e alla vocalità e un altro in cui, invece, c’è maggiore attenzione stilistica e vocale rispetto a quella dedicata ai concetti. Il mio preferito in assoluto è Lucio Dalla, per me lui è un deus ex machina, è esposizione perfetta di pensiero e grande tecnica e attenzione al dettaglio. Sapeva fare di tutto, un emblema.

Invece degli artisti contemporanei che mi dici?

Amo assolutamente il trio della scuola romana: Fabi, Silvestri, Gazzè. Apprezzo molto anche Capossela, la Consoli e Motta. Mi piace chi ha qualcosa di forte da dire.

Il 29.11 hai aperto il concerto di Leo Pari, com’è nata la collaborazione?

Sono stato contattato perché conforme al suo progetto e con piacere ho accettato.

Oltre la collaborazione con Leo ti stai muovendo tra locali, eventi e concorsi. Quali sono le tue impressioni?

C’è ascolto attento ovunque, dieci anni fa quando suonavo c’erano solamente gli amici e la famiglia di supporto. Oggi i numeri sono più grandi e siamo in tantissimi a cantare. Una cosa che però non mi piace è creare una gerarchia nella musica, anche se ogni tanto ci partecipo anch’io ai concorsi.

Inoltre, ho notato dai vari video su Instagram che a seconda della serata proponi un arrangiamento diverso di Chesterfield: che effetto ti fa sentirla sempre diversa? C’è una versione a cui sei più legato?

Sì, mi piace che abbia una veste anche più intima, cruda e pesante. Mi piace poterla riportare all’origine, quando la canto accompagnandomi solo con la chitarra torno a quell’idea iniziale che fa più male, la svesto e me ne innamoro ogni volta di più.

Torniamo a parlare di influenze musicali: per quanto riguarda il mondo anglofono c’è qualche artista in particolare che ha influito sul tuo modo di cantare ed esprimerti?

Uff, tanti! Potrei stare per ore a parlarne! Te ne cito qualcuno: Oasis, Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd, Led Zeppelin, Verve, Coldplay, Arctic Monkeys e Kings of Leon.

Quali sono i progetti per il futuro e che sorprese ci aspettano?

A breve con il nuovo anno uscirò con un altro singolo e poi prospetto tanti live, una delle cose più belle di questo mestiere!

Hai paura di ricevere critiche?

Adesso sembrerò banale ma dipende dal modo in cui la si muove, mi piace conoscere le idee degli altri e trovare il modo per approfondire un dettaglio che avevo magari lasciato in disparte. E poi mi piace avere questi scambi di idee… mi piace litigare!

Si sta per concludere questo 2018, dammi tre parole che lo descrivano.

Creativo, speranzoso, passionale.

Martina Grujić B.

Foto di Fabrizio Di Ruscio

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