Il 2018 è un anno storico per il cinepanettone, per due motivi diametralmente opposti. Da una parte abbiamo una motivazione felice per gli appassionati del genere, ovvero la reunion di Massimo Boldi e Christian De Sica dopo 13 anni, e dall’altra quella drammatica, ossia la recente scomparsa di Carlo Vanzina. Va da sé che in un anno così particolare qualcosa dovesse obbligatoriamente cambiare.

È così che per competere con la ritrovata coppia di mostri sacri è scesa in campo la piattaforma che più ha combattuto l’egemonia culturale del cinema a Natale: Netflix. Proprio lì dal 7 dicembre è iniziata la distribuzione del primo cinepanettone dei fratelli Vanzina senza un Vanzina.

Il film racchiude in sé una duplice natura, data dalla commistione di elementi di spiccata novità e dei più classici tópoi della comicità natalizia.

Protagonista di questa commedia farsesca è il Presidente del Consiglio Franco Rispoli (Massimo Ghini), che nel segno della tradizione grillina fino a poco prima di essere eletto faceva il commercialista, accompagnato in missione diplomatica a Budapest dal casalineggiante segretario Walter Bianchini (Ricky Mephis), terrorizzato dalla prospettiva di dover tornare alla sua modesta vita a Guidonia in caso di fallimento.

Due sono gli elementi che fin dall’inizio tormentano il Premier: le telefonate di Matteo e Gigi, tra i quali il Presidente è costretto a fare da mediatore, e la presenza della deputata del PD Giulia Rossi (Martina Stella). Su questi due elementi si gioca all’inizio la partita tra il nuovo che avanza e il vecchio che non si è mai fermato, tra la satira e la commedia del malinteso un po’ porno casereccio, tra un film con tutti i crismi e il classico cinepanettone. E come sempre accade nella vita, il nuovo lascia rapidamente il passo al vecchio arzillo.

Dopo circa quindici minuti di film le telefonate cessano e si inserisce nella trama la relazione extraconiugale tra il Presidente Rispoli e l’onorevole Rossi, la quale resta per un discreto tempo vestita del solo intimo, essendo stati i suoi vestiti portati via dal cameriere dell’albergo interpretato da Biagio Izzo, la figura più fuori luogo tra tutte quelle presenti nel film.

Se infatti gli altri personaggi, quand’anche stereotipati come il direttore dell’albergo (Björn Freiberg) o il marito leghista e geloso dell’onorevole Rossi (Massimo Ciavarro) riescono a fare sempre la loro figura, contribuendo alla parte positiva del film, le continue comparse in scena del personaggio di Biagio Izzo, archetipo del napoletano scroccone e un po’ sbruffone, inducono fortemente alla voglia di alzarsi durante la visione e fare due passi. Cosa che, dal momento che il film si può vedere comodamente seduti sul divano con il pc, è effettivamente possibile fare.

Se riuscite a resistere alla presenza del cameriere, andate avanti e non ve ne pentirete. Almeno non del tutto. Tra cadaveri rinvenuti sotto le finestre, inviati delle Iene vestiti da Babbo Natale, madri apprensive, mogli tradite, perdite di memoria e Rocco Siffredi, il film scorre piacevolmente, anche aiutato dalla sua discreta brevità (100 minuti è la durata).

Sarà arcaico come sistema, ma non mi è possibile non valutare un film con siffatto titolo senza utilizzare il metodo delle stelle: essendo un Natale a cinque stelle riuscito solo a metà, ne meriterebbe due e mezzo, ma essendo in questo periodo tutti più buoni, arrotondiamo per eccesso.

Paolo Palladino

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