La Knightley e la Belle Époque: le origini di Colette

Fa uno strano effetto pensare Keira Knightley lontana dai film in costume e se si è regista viene naturale pensare a lei come protagonista in corsetto e crinolina.

Wash Westmoreland, regista di Still Alice, ha pensato all’attrice già cara a Joe Wright scegliendola per il biopic sulla prima parte della carriera di Sidonie-Gabrielle Colette (1873-1954), scrittrice francese tra le migliori del secolo scorso che divenne un fenomeno nazionale per i suoi scritti e la sua vita così particolare.

La sceneggiatura del regista, del deceduto suo compagno Richard Glatzer e Rebecca Lenkiewicz parla delle origini del mito Colette. Si concentra sul passaggio da ragazza solare di campagna a donna indipendente virante verso la moda androgina, l’eccentricità salottiera senza però le affettatezze della capitale.

A livello letterario il film, uscito in sala il 6 dicembre, funziona perché è scritto con intelligenza e brio, con un’attenzione particolare per l’esplorazione della scrittura e del lesbismo come atti libertari. Lo stile invece è frenato nel suo accademismo e rischia di rimanere spesso inamidato, passivo rispetto agli attori.


Ancor più della protagonista è Willy, marito spendaccione, sanguigno ed infantile, brioso quanto intelligente controllore di negri (ghost-writers) ad attirare l’attenzione. Il suo interprete Dominic West è bravissimo nell’esprimere le sfumature a differenza della Knightley che sembra sempre sforzarsi per rendere il personaggio.

Nel ruolo piccolo ma centrale della madre adorata Sido si potrà ritrovare Fiona Shaw, grande attrice teatrale britannica che il grande pubblico conosce grazie ad Harry Potter: interpretava la non certo amabile zia Petunia.

A livello di ritmo il film non è aiutato dal montaggio o dalle musiche di Thomas Adès che hanno a volte impennate di saccarosio un po’ stridenti. La sua linea femminista è più che evidente: il messaggio politico è sottile ma non invisibile. Ciò che non s’è riuscito a cogliere è proprio la sensualità delicata, naturale delle pagine della scrittrice, i palpiti del cuore che contraddistinsero la persona, lo stile, l’aura del personaggio.

Stephen Frears, adattando Chéri che è tra le opere più belle della scrittrice, ha tratto già una versione più vicina allo spirito di Colette di questo biopic.

In compenso il ritratto pare fatto con ammirazione: Westmoreland ci vuole dare una donna che si scopre lentamente, reclama i suoi diritti di essere indipendente esattamente come quelli di scrittrice. Facendosi rispettare, lei prende il meglio del mondo che stava per nasconderla per sempre con la sua genuinità. Il peccato è che l’omaggio non sia all’altezza.

Antonio Canzoniere

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