L’ultima lezione del professor Guidi

Era ormai qualche mese che il vecchio professor Guidi aveva cominciato a dar segni di cedimento. Suo figlio Carlo lo aveva già dolorosamente intuito durante le brevi visite che era solito fargli un paio di sere a settimana. Proprio lui, che recitava interi canti della Commedia, che citava a menadito Orazio e Virgilio, o versi di Leopardi e Foscolo, o ancora interi paragrafi di Manzoni e Dostoevskij, aveva cominciato a difettare di memoria.Carlo lo trovava sempre lì, assorto nulla sua logora poltrona in pelle del soggiorno, con le pareti arabescate dalle colorate copertine dei suoi polverosi libri, i suoi “più intimi amici”, come soleva chiamarli egli stesso; con aria trasognata guardava l’ultimo raggio di sole celarsi dietro l’ingombrante massa del palazzo di fronte e il suo sguardo, crucciato, sembrava immerso nel perenne sforzo di richiamare alla mente qualcosa di remoto, sepolto sotto la coltre di polvere del tempo e dei ricordi.

Carlo durante le sue visite cercava di stimolarlo, chiedendogli qualche verso di un poeta a lui caro, o qualche canto della Commedia tra i più famosi: il vecchio professor Guidi allora si schiariva la voce con aria fiera e compiaciuta e cominciava a declamare le prime parole. Ben presto però, il suo tono diventava dubbioso; la sua mente cominciava ad incespicare tra i fili ingarbugliati dei suoi ricordi ed egli si arrestava, cercando di trovare il bandolo di quello gnommero di parole e immagini, nel quale ben presto si perdeva. E allora restava lì, in silenzio, come se avesse terminato la sua rievocazione letteraria e non ci fosse più nulla da dire: con lo sguardo perso nel vuoto di quel crepuscolo che incombeva nello spicchio di cielo visibile dalla finestra.

Finché si trattava di versi e paragrafi dimenticati, Carlo non si preoccupava troppo: sapeva bene che l’età giocava questi scherzi. Ben presto però, il professor Guidi cominciò a dimenticare anche le cose più semplici. Inizialmente erano state le pillole per l’ipertensione; poi le luci, lasciate accese per interi giorni; poi il gas lasciato aperto, che aveva rischiato di soffocarlo o di far saltare in aria il suo appartamento; poi infine, arrivò a dimenticare il procedimento necessario per compiere le operazioni più semplici, come il cucinarsi un piatto di pasta o prepararsi il caffè, a dimenticare il nome degli oggetti più comuni, a perdere la cognizione del tempo e persino a non riconoscere più suo figlio.

Carlo lo fece visitare da alcuni specialisti e tutti gli diedero notizie nefaste; la diagnosi variava sul nome da associare al terribile morbo, ma le conclusioni erano le medesime: il cervello del professor Guidi stava smettendo di funzionare e le sue condizioni sarebbero peggiorate irreparabilmente, ad un ritmo inusitato rispetto a quanto prevedeva la letteratura medica. Carlo allora fece di tutto per restare vicino a suo padre: egli aveva bisogno di un’assistenza continua e suo figlio, che pur doveva lavorare, dovette trovare in breve tempo trovare un’assistente agli anziani per le ore mattutine; non appena terminava il suo turno però, correva da lui.


I primi giorni furono tragici: Carlo si sentiva morire nel vedere suo padre, il suo punto di riferimento intellettuale, l’uomo dalla mente aperta e brillante, il professore stimato, ridotto in quelle condizioni. Ormai il professor Guidi quasi non parlava più: ogni tanto mormorava qualche frase spezzata, senza senso; il suo sguardo restava sospeso nel vuoto e le sue iridi brune sembravano galleggiare in un torbido acquitrino d’oblio e incoscienza. Nei suoi sporadici sprazzi di lucidità, chiedeva al figlio di leggergli qualcosa, o magari di raccontargli della sua moglie defunta o di qualche avvenimento passato, così da rinfrescargli la memoria, affinché non dimenticasse proprio tutto.

Un giorno però accadde  qualcosa che sorprese Carlo e riuscì a donargli almeno un po’ di speranza per l’ingiusta sorte di suo padre. Accompagnandolo in una delle sue ormai sporadiche passeggiate, il vecchio professor Guidi, costeggiando un piccolo parco poco distante dalla sua casa, mostrò un particolar interesse per dei bimbi che giocavano. Seppur egli avesse sempre avuto a che fare con liceali, non aveva mai nascosto il suo amore per i bambini: fu proprio questo, rammentava dolorosamente Carlo, il più grande dispiacere che aveva dato a suo padre quando, poco più che ventenne, gli aveva presentato Marco, il suo compagno d’allora. Il non avergli potuto donare la gioia della nascita di un nipotino: questo era il grande rimpianto di Carlo.

L’estate terminava e l’autunno, ormai le porte, sembrava anticipare i suoi effetti, facendo già ingiallire e cadere qui e lì qualche foglia, che andava giacere, nostalgica, sul rado manto erboso del parco. In mezzo a queste scorrazzavano felici due bambinetti che, con la scientifica curiosità che è propria della loro età, le analizzavano dettagliatamente, parlottando fittamente tra loro. Il professor Guidi, con una forza che Carlo credeva ormai sopita, lo trascinò verso di questi e, chinatosi tra loro, prese a sua volta ad osservare minutamente le foglie, come se non ne avesse mai vista una prima di quel momento.
Le due bambinaie, intimorite, si lanciarono contro il professor Guidi e Carlo, credendoli due malintenzionati: ma quando Carlo ebbe spiegato loro le condizioni del vecchio professor Guidi, queste, intenerite e commosse, tornarono alle proprie panchine, guardando con gli occhi lucidi quel fuscello ormai avvizzito giocare con quei due arboscelli  ancora acerbi.

La scena si ripeté più volte, ugualmente straziante, nelle seguenti uscite pomeridiane del professor Guidi. Egli correva a giocare con loro che, seppur sorpresi, accettavano di buon grado la compagnia del vecchiarello; con quel residuo di linguaggio rimastogli a disposizione, il vecchio professore domandava loro tutto quello che non aveva il coraggio di chiedere a suo figlio – come si chiamava questo o quel fiore, di che colore era il cielo, che cos’era una farfalla – e quelli, con l’ingegnosa semplicità prerogativa della loro età, spiegavano tutto al vecchio, che sorrideva di gusto, felice di poter assaporare ancora quei frammenti di vita altresì dimenticati.

Ben preso arrivò l’autunno; le giornate cominciarono ad accorciarsi sempre più e le sere diventarono sempre più fresche. Il vecchio professor Guidi, fiaccato nella memoria, cominciava a cedere anche fisicamente. Il medico che lo aveva in cura consigliò a Carlo di tenere al caldo suo padre e di limitare le passeggiate pomeridiane.

Tenere suo padre lontano dal parco e dai suoi piccoli insegnanti però, era davvero difficile e penoso: ogni qualvolta Carlo gli annunciava che non sarebbero potuti uscire, egli sprofondava nella sua lacera poltrona e tristemente fissava il suo sguardo vacuo in quello spicchio di cielo che s’andava spegnendo dietro gli impolverati vetri delle finestre del salone. A nulla valevano i tentativi di Carlo per intrattenere una conversazione: egli si chiudeva in un impenetrabile silenzio, interrotto sporadicamente da un inane e cantilenante borbottio. Carlo provava a discernere le parole ma gli era praticamente impossibile: riusciva soltanto a seguire la melodia di quella tiritera, simile a un carillon, che sentiva indicibilmente malinconica e sconsolata.  Soltanto la lettura, da parte di Carlo, di qualcuno dei suoi libri sembrava donargli un po’ di sollievo: ma la sua attenzione, come un fuoco fatuo, brillava per qualche istante e si spegneva di colpo, per poi tornare all’oscurità e all’oblio.

Un giorno, tornando da una delle sue ultime passeggiate, il professor Guidi meravigliò Carlo: anche se soltanto per un istante, egli ebbe la speranza che suo padre stesse per riprendersi; il suo sguardo era più attento, vigile, il suo colorito più roseo e le sue labbra erano inarcate in un impareggiabile sorriso di soddisfazione. Mentre si accendevano i primi lampioni, essi tornavano a casa e Carlo, cingendo affettuosamente il braccio del padre, provò a interrogarlo.
– Perché sorridi papà? Ti è piaciuta così tanto la passeggiata al parco?
– Sì, è stata graziosa – rispose con sorprendente lucidità – Ne sono davvero entusiasta.
– E come mai? È per via dei bambini? – osò Carlo.
– Sì. Non hai idea di quante cose abbiano da insegnare. Ho imparato tantissime cose oggi. E tu dimmi: che cosa c’è di più bello dell’imparare in questa misera vita?
La domanda del professor Guidi cadde però nel vuoto, perché Carlo, tragicamente commosso, cercava di nascondere allo sguardo del padre le copiose gemme salate che sorgevano dai suoi occhi di figlio ormai rassegnato alla perdita.

Era un’uggiosa e fredda giornata di inizio dicembre quando il professor Guidi se ne andò. Sebbene avesse tentato di prepararsi, Carlo fu sconvolto dal dolore di quel lutto annunciato. Uscito dal lavoro vagava senza meta e il suo aspetto era quello di uno spettro costretto a manifestarsi in una casa degli orrori di uno squallido Luna Park di periferia: avvilito e inconsolabile.

Dopo aver organizzato il funerale e aver seppellito suo padre, un incolmabile vuoto si impadronì di lui. Per tentare di sentirsi ancora vicino al suo genitore, egli ripercorreva le stesse strade che avevano fatto da scenario alle loro ultime passeggiate si fermava a contemplare quel parco, teatro dei suoi ultimi sorrisi. Non poteva fare a meno di osservare quegli ignari bimbetti con invidia: essi e soltanto essi, invece di suo figlio, erano stati i suoi ultimi confidenti, compagni e, soprattutto, insegnanti. Soltanto essi, con la loro ingenua semplicità, erano riusciti a penetrare in quella coltre d’oblio che era la mente del vecchio professor Guidi: e Carlo non poteva non esserne invidioso.

Allora, per sfuggire alla vista di questi, andava nella polverosa casa del professor Guidi e, dopo aver preso un libro a caso dallo scaffale, affondava nella logora poltrona di pelle del soggiorno e leggeva, cercando un qualsiasi orma dell’attività di lettura di suo padre che potesse ricondurlo a lui, tentando di  rintracciare il percorso che lo avevano portato ad essere quell’uomo dall’eccezionale cultura e l’infinita umanità.

Quando qualche settimana dopo, non senza spasimi dovuti al senso di colpa, si decise a contattare un’agenzia immobiliare per vendere la casa, Carlo, frugando fra le carte del padre, trovò una sua ultima carta, scritta di suo pugno proprio in quegli ultimi suoi tormentati giorni di vita. La grafia era incerta e addirittura presentava qualche errore di ortografia – un’ironia che l’avrebbe forse fatto sorridere se non si fosse trattato di suo padre. Sul foglio c’erano scritti una manciata di versi che probabilmente il professor Guidi aveva voluto lasciare come suo epitaffio.

Il professore ormai
È vecchio e se ne va (va)
Mai dimenticherà, però
D’apprendere
La vita 

Il professore ormai
È vecchio e se ne va (va)
Ma si ricorderà, però
Per sempre
Impara

E imparerà
E imparerà
Per sempre

E imparerà
E imparerà
Per sempre

Carlo allora la ricondusse a quella nenia che il padre soleva intonare nei suoi pomeriggi più mesti, tenuto lontano forzatamente dai suoi piccoli insegnanti. Ne riconobbe finalmente l’andamento dolcemente malinconico – che stupido era stato! – dell’inizio della  sua adorata Gnossienne no.1. Questa volta, seppur avesse il presentimento di non esser solo in quella desolata casa, Carlo si lasciò andare in un nettante pianto, che gli diede la speranza di poter lavare via tutta la mestizia di quei mesi di afflizione.
Così, con quella sua ultima filastrocca, il vecchio professor Guidi, aveva impartito la sua ultima e definitiva lezione.

Danilo Iannelli


Fonte foto copertina: Diversidad Literaria Instagram

Si ringrazia per l’idea, evocata in nuce durante una delle nostre “lezioni”, il mio “alunno” Davide Conti.

 

 

 

 

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