1000 km in bici in solitaria – episodio 5

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KM 470

 

 

L’avventura continua: riparto da Hadsund la domenica mattina del 17 giugno, ovvero il mio sesto giorno di viaggio. La tappa della sera precedente è stata la prima nella quale ho mostrato segni di debolezza, la prima a mettere in discussione – in modo legittimo – la mia capacità di raggiungere la destinazione finale. Nonostante tutto la mia determinazione cresce giorno dopo giorno; sono al nord-est della Danimarca e continuo la mia rotta verso sud sin dall’alba. L’inizio della giornata sembra però destinato a perdersi negli stessi meandri della sera prima, alla stregua del mio senso dell’orientamento : tutto ciò mi fa perdere del tempo. Stavolta però mantengo il pieno controllo del mio spirito. Le strade danesi si susseguono l’una uguale all’altra, così come i paesaggi: tanto carini quanto bucolici, questo è sicuro, ma non di certo meno monotoni.

Un braccio di mare intenzionato ad ostacolarmi la strada spezza questo paesaggio vegetale: aspetto così che un traghetto raggiunga la riva dove mi trovo per farmi arrivare dall’altro lato.Durante la traversata scoppia una violenta tempesta, ma fortunatamente al mio arrivo sulla terra ferma torna il bel tempo ed io continuo il mio cammino verso il pranzo ed una breve siesta al sole. Poco dopo essere ripartito mi rendo conto di un evento emozionante : ho ufficialmente percorso la metà del mio tragitto, 500 km! Festeggio scattandomi una foto, tanto per cambiare, in mezzo ai campi.

La strada continua a scorrere senza interruzioni fino a che raggiungo la città di Aarhus, nel tardo pomeriggio: da qui decido di imbarcarmi per non perdere tempo sulla giornata successiva. Fiancheggiando il bel campus universitario che si erge vicino al mare, fino al porto, penso che Aarhus sia una città molto carina. La terza traversata del mio viaggio mi conduce sull’isola di Sjaelland : tocco terra intorno alle 20 e per la prima volta dall’inizio del mio viaggio ho una prenotazione Couchsurfing che mi aspetta da qualche parte. Tramite l’annuncio vengo a sapere che dormirò in un Arsham, senza avere la più pallida idea di cosa sia. Dopo aver sbagliato strada, pedalando invano per 30 km, approdo in questo luogo singolare dopo il tramonto. Un Arsham, per quel che mi è dato vedere durante questa breve pausa, è un luogo di vita in comunità intorno ad un guru e al suo sapere in fatto di meditazione. Arrivo così in una grande fattoria, con parecchi edifici all’interno dei quali alcuni volontari sono ancora svegli: sono loro che mi accolgono molto gentilmente, indicandomi dove lavarmi e dove dormire. Vado a letto molto presto, dopo la mia più lunga giornata in assoluto sulla bici, con ben 12 ore di pedalata.


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Soltanto il giorno dopo, dopo una bella dormita, cerco di conoscere meglio il posto nel quale mi trovo. Scendo in  quel che sembra un grande salone, ritrovandomi in mezzo ad una quarantina di persone intente a chiacchierare. Mentre entro nella stanza, un signore anziano si gira verso di me, dicendo, in inglese, che io devo essere Tom ed invita gli altri ad accogliermi in mezzo a loro. Tutte le persone in questa stanza hanno sguardi gentili e sorrisi calorosi: mi presento e mi siedo in mezzo a loro, mi sento molto bene. Discutendo con alcuni di loro, gente di età e background diversi, apprendo di più sulla natura di questo luogo ; la gente viene qui per passare un periodo tanto lungo quanto desiderano, per imparare la meditazione attraverso il sapere di ognuno, specie del guru che vive qui.

Durante il loro soggiorno, tutti partecipano alla vita della comunità, in particolare lavorando nei campi che circondano la fattoria. Avendo solo un’idea superficiale di cosa potesse rappresentare il concetto di meditazione fino a quel momento, mi prendo del tempo per provare e resto molto soddisfatto di quest’esperienza. Sono convinto infatti del carattere benefico di quest’attività, non solo nella vita di tutti i giorni ma anche e soprattutto in un’avventura come la mia, che tanto si appoggia alle risorse mentali. Prima di riprendere il cammino, Hanna, una giovane Ucraina non più grande di me, mi offre da parte di tutto l’Ashram un enorme dolce, del pane e un po’ di frutta. Lascio questo posto felice che la mia strada si sia incrociata, per caso, con un luogo da cui ho attinto dei saperi e delle esperienze essenziali alla futura riuscita della mia ricerca.

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Avanzo in direzione Lundby, distante 100 km, in cui ho trovato qualcuno disposto ad ospitarmi tramite Couchsurfing. Nel giro di 9 ore e mezza di bici arrivo da Arnaulf, un diciannovenne, e dai suoi genitori. Sono tutt’altro che l’unico invitato: mi ritrovo infatti nel mezzo di una cena organizzata da Arnaulf con una decina di suoi amici. Per mia immensa gioia, ognuno di loro ha cucinato piatti gustosi, rendendo questa cena il miglior pasto in assoluto di tutto il viaggio e andando in contrasto con la mia dieta a base di tuc.

La cena trascorre molto bene e parlo un po’ con tutti gli altri ragazzi ma la stanchezza mi porta presto verso il letto generosamente offertomi. Passare la notte in un letto è senza dubbio la cosa migliore che possa consigliare in un’avventura come questa ; tuttavia, l’esperienza di couchsurfing si rivela in parte frustrante. Non approfitto quasi affatto di tutto ciò che queste persone estremamente interessanti hanno da condividere, perché arrivo a casa loro la sera tardi, e se non è per la stanchezza è l’ansia di svegliarmi in piena forma il giorno dopo che mi spinge ad andare a dormire e a svegliarmi presto.
Riesco a condividere davvero pochi momenti con i padroni di casa, riesco a malapena ad incontrarli. Eppure questa comunità va oltre la semplice condivisione di un alloggio.

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Questa giornata mi porta ad una terza e ultima traversata del Mar Baltico, fino in Germania, ultima tappa della mia avventura. Arrivo a Rostock nel pomeriggio, in modo da avere il tempo per praticare un po’ di scalata con Christian, colui che mi ospiterà quella sera stessa. Che gioia fare sport dopo una giornata percorsa in bicicletta, ciò mi ricorda tra l’altro che ho anche altri muscoli oltre a quelli delle cosce e ai polpacci, ma prosciuga le mie ultime energie, così che sono costretto a rifiutare l’invito di Christian in un bar con i suoi amici. Un rifiuto strano che non è da me, potrebbero commentare coloro che mi conoscono, ed è proprio l’unico aspetto del mio viaggio di cui mi pento.

Non ho avuto il tempo di restare un’intera giornata nell’Ashram, né di trascorrere la serata con Arnaulf o con Christian e i loro amici e non ho neanche avuto il tempo di perdere tempo da nessuna parte. Ossessionato dall’idea di lasciare tutti a bocca aperta, io, il primo a riuscire in una tale impresa. Sebbene abbia imparato tantissime cose da questo viaggio, soprattutto per il fatto di averlo concluso, sulla strada ho dimenticato il detto che recita “l’importante non è la destinazione, ma il viaggio che intraprendi per raggiungerla”. Ne ho preso coscienza solo nel momento in cui ho toccato il mio eldorado all’alba del nono giorno.

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Da Rostock Berlino dista 250 km di piste ciclabili perfette, che tracciano dei solchi in mezzo ai campi, alle foreste, alla natura preservata dei parchi naturali, sempre lontane dalle strade ma mai abbastanza da un lago nel quale farsi il bagno.

Condizioni ideali che attraverso senza attribuirgli il giusto valore e la debita riconoscenza, avendo in testa una sola cosa: Berlino. La mangio, la penso, la respiro. Voglio percorrere questi 250 km tutti di fila, tuttavia mi fermo in un camping a metà strada, ripartendo solo alle quattro del mattino. Troppo euforico per dormire, provando uno strano sentimento nel dirsi che nel giro di qualche ora sarebbe stata fatta, che ce l’avrei fatta. Percorro gli ultimi 250 km come se si trattasse di una passeggiata di salute, con l’aria sbalordita ed un sorriso fino ai pignoni. Pedalo non meno di 24 ore in 2 giorni : il conto alla rovescia dei segnali stradali crea una suspense maggiore di quella dei 9 giorni precedenti. Dopo l’ultima pausa del pomeriggio, smanioso di arrivare, lascio la pista ciclabile per immettermi in strada, più diretta. Quando un cartello indica Berlino-Neuendof a venti km crollo: piove e sotto la pioggia piango di gioia.

Le mie gambe mi fanno avanzare ad un ritmo inesorabile fino alle porte di Berlino, poi fino alla porta di Brandeburgo, al millesimo km. Dopo dieci giorni e dieci ore dalla mia partenza sono finalmente arrivato, ed in  quel momento mi invade un sentimento mai vissuto prima, quello di aver fatto qualcosa di straordinario per la prima volta nella mia vita.

Di essere uscito dalla norma, dalla poltrona da spettatore che fantastica la sua vita attraverso quella degli altri. Il sentimento di essere uscito dall’autostrada delle nostre vite sulla quale vanno tutti troppo veloci, verso mete dagli strani nomi di successo e riuscita. Il sentimento di esserne uscito e di aver percorso un’altra strada, durante 10 giorni, la strada dell’avventura, dove si prende in mano la propria vita e la si mastica, la strada della vita al 200 %. La strada di Jack Kerouac e dei più grandi. No. La mia strada.

KM 1000

Tom Forest
Traduzione di Eleonora Valente

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