L’erba del vicino non sempre è più verde

È passata da poco la mezzanotte di un mercoledì, cerco ancora di riprendermi dal fine settimana passato a farmi domande: con alcuni amici mi soffermo, in piena sbronza, a riflettere se i giapponesi fumino o meno la marijuana.

Porgo la domanda e ci ritroviamo, in uno stato alticcio, ad ammettere che effettivamente del misterioso mondo orientale sappiamo ben poco riguardante fattori culturali che noi occidentali diamo per scontati.

Ormai nel 2018 la questione della marijuana e dei suoi benefici medici è quasi, e dico quasi, data per scontata nella maggior parte degli Stati Europei e del Nord America, basti vedere come il Canada alla fine di quest’anno abbia finalmente legalizzato l’uso della Marijuana e di come la metà degli stati americani l’abbiano legalizzata a scopo medico. Nove di essi l’hanno resa legale anche a scopo ricreativo.

La battaglia degli attivisti pro ganja che perdura da tanti anni non possiamo dire che sia finita: in Europa la questione è ancora in fase embrionale, molti stati hanno iniziato a fare piccoli passi avanti verso un uso controllato di questa sostanza ma per la legalizzazione la strada è ancora lunga. Intanto, mentre la burocrazia fa i suoi piccoli passetti, possiamo riconoscere ed essere tutti d’accordo su un aspetto: moltissimi fumano la marijuana, che sia legale o no.

Chiusa questa piccola parentesi, torniamo al me stesso sbronzo che pone la domanda ai suoi amici sbronzi: “In Giappone fumano erba?”. La riposta che ci viene spontanea è quasi sicuramente sì; non sappiamo se sia legale, ma si è convinti, almeno a pelle, di star parlando di un paese che – seppur orientale – ha assimilato molto gli usi e le culture dei paesi occidentali. O almeno lo sono i molti che anche non avendo mai visitato il Giappone in vita loro sanno che è la patria della tecnologia, del sushi, degli Hentai, della decrescita demografica, della Yakuza e del primo film di Kill Bill.

Fatto questo triste elenco di luoghi comuni, ritornando alla domanda possiamo dire quasi con certezza che è un si, che in Giappone, a detta nostra, consumano l’erba.

Questo è un miraggio però, un inganno che porta a dare per scontato che se un paese ha somiglianze con i nostri costumi o ha assimilato i nostri modi di vivere, abbia anche trasportato i nostri vizi.

Il Giappone infatti vive in un paradosso culturale per quanto riguarda il consumo e l’uso della cannabis.

Mi spiego meglio: dal 1948 il Giappone ha reso illegale la marijuana diventando e rimanendo anche uno dei paesi con le leggi più dure e proibitive contro le droghe. Infatti mette sullo stesso livello chi assume marijuana e chi assume cocaina. Questa mentalità conservatrice ha attecchito anche sui suoi cittadini, i quali ancora oggi hanno una conoscenza di questa pianta molto vaga e distorta.

In un video su youtube, un ragazzo giapponese cerca di fare delle domande a dei passanti (che variano di fasce d’età, dai giovani fino agli anziani) aprendo le interviste con una foto della pianta di marijuana e chiedendo loro di che pianta  si tratti.

Le facce degli intervistati rimangono perplesse davanti alla foto, molti azzardano nomi di piante diverse (simili alla pianta di Marijuana) ma su una decina di persone solo due riescono a indovinare. La cosa sconcertante è che chi ha indovinato era sopra i quarant’anni di età, tra i giovani nessuno è riuscito al primo colpo a capire di che cosa si trattasse.

Mentre guardavo le varie interviste con le varie domande, capii la mentalità nipponica riguardante l’uso delle droghe in generale e anche  della marijuana in sé. Disinformazione dilagante, poca ricerca pubblica e, infine, una paura mentale su chi ne fa uso, poiché per loro qualsiasi sostanza che dia assuefazione e che alteri le capacità celebrali viene considerata un male a priori da evitare, rendendo in poche parole quasi un tabù persino parlarne o pensare di provarla.

Cito la risposta di una ragazza ventenne alla domanda: “Secondo te perché nove stati americani hanno reso legale il consumo di cannabis per scopo ricreativo?”. La ragazza sorridendo e con innocenza risponde: “Perché non stanno bene mentalmente, sono pazzi”. 

Questo mi ha dato da pensare, gran parte (ovviamente non tutti perché finirei per generalizzare) della comunità giapponese rinnega l’uso di sostanze che hanno effetti attivi sul cervello. Tra gli intervistati, coloro che sapevano qualche informazione in più (per l’uso medico si intende) dicevano di averlo sentito, una volta, qualche tempo fa, alla televisione si parlava dei suoi scopi curativi, ma alla fin fine con i dati alla mano rimane un’ignoranza sull’argomento ancora profonda e radicata (fin da bambini c’è questa sottospecie di lavaggio del cervello) che sarà difficile estirpare.

Andando avanti con le mie ricerche, alla fine ho scovato tra vari articoli e documentari il paradosso giapponese con la cultura della cannabis. Citando una parte dell’articolo della Cibdol: “La canapa è sempre stata un prodotto agricolo molto apprezzato in Giappone. Dopo la seconda guerra mondiale, la famiglia Duponts e le grandi industrie del cotone cercarono di spazzare via la canapa, come una vera e propria questione economica e strategica. Le truppe straniere che entravano in Giappone rimanevano sorprese dalle distese di canapa, una pianta che cresceva spontaneamente e che veniva ampiamente coltivata dai contadini. Il generale delle forze armate americane, Douglas Macurthur, e alcuni suoi colleghi riscrivettero la costituzione giapponese, inserendo la Taima Torishimari, una legge che regolarizzava e controllava la canapa”.

Infatti la storia della canapa in Giappone ha radici profonde che risalgono fino a 12000 mila anni fa, utilizzata per uso industriale e spirituale. Facendo parte della loro cultura, la Hemp o detta anche “Asa” nella lingua giapponese, veniva coltivata nelle province o nei distretti di Hiroshima, Tochigi, Shimane, Iwate e Aidzu, e un po’ anche a Hkushu ad Hokkaido. La canapa giapponese aveva una forte presenza nella cultura del Sol Levante, infatti le sue fibre venivano usate per creare vestiti cerimoniali ma anche per fare le corde per l’arco o linee per la pesca. Veniva anche usata a scopo spirituale nella tradizione dello shintoismo: avevano un grande rispetto per la pianta della cannabis per la sua capacità di pulire e purificare il corpo.

Questo processo culturale cambiò drasticamente, come citato prima, alla fine della seconda guerra mondiale, infatti i paesi vincitori per scopi economici fecero vietare al Giappone, paese uscito sconfitto dal conflitto, la coltivazione della canapa, facendo in modo di sradicare una parte culturale di un paese per scopi puramente commerciali.

Molti attivisti giapponesi stanno lottando, spinti anche dalle manifestazioni per la legalizzazione in tutto il mondo, affinché sia possibile legalizzarla anche in Giappone, dato che fa parte anche della loro cultura (come il famoso talismano di Ofuda – una carta venerabile – con scritto negli ideogrammi giapponesi “Canapa di Shrine), per riappropriarsi della loro cultura strappata ingiustamente per una sconfitta ormai lontana dalle loro memorie.

Concludendo: trovo surreale come in diverse parti del mondo questo bigottismo per una pianta i cui benefici sono stati dimostrati faccia sì che venga bollata ancora come droga, mentre in giro per il mondo le persone possono fumare e bere alcolici senza essere stigmatizzati dalla società. Lo so è un pensiero banale, nulla di nuovo, ma forse questa risposta risiede nella paura del diverso e nella paura di ciò che non conosciamo, tendiamo su tanti fronti a tenere lontano e rendere tabù qualsiasi cosa con la quale non abbiamo a che fare. La lotta per l’informazione deve persistere, se pur con le sue difficoltà, per far valere una voce che combatte per il giusto e non perché siamo solo dei tossici che vogliono la loro droga.

Elson Dauti

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