La distanza tra città e provincia è assai nota e non priva di quel filtro illuministico che fa vedere i grandi centri come luoghi di razionalità, di luce che va contro il buio.

Jafar Panahi (1960), regista iraniano fuorilegge, sfrutta una cinepresa camaleontica, perlopiù statica, per narrare questo contrasto sopracitato riaffermando l’esperienza di Taxi Teheran del 2015.

Quel film, premiato con l’Orso d’Oro, è seguito da Tre volti, vincitore quest’anno al Festival di Cannes del premio per la miglior sceneggiatura. La finzione è qui ridotta al minimo indispensabile ma la sua decrescita è inversamente proporzionale alla complessità dei significati, frutto anche della semplicità tecnica.

Il regista accompagna in un lontano paesino di montagna la sua amica attrice Benhaz Jafari, spaventata da un filmato ricevuto sul cellulare: una ragazza di nome Marziyeh Rezaei, in collisione con la famiglia ed il villaggio e con la passione per il cinema, avrebbe filmato il suo suicidio dopo aver più volte tentato di chiamare senza successo la Jafari per fuggire dalla sua situazione.

Il mistero nel film conta poco: non è che un pretesto per un’indagine sull’Iran, più efficace di un documentario fitto d’interviste. In un paesino dove rimangono intatte tradizioni come il seppellimento rituale del prepuzio per favorire il futuro di un bambino e dove non si concepisce la predisposizione artistica, Panahi trova i materiali culturali ed umani perfetti.

Dà alle sue donne la possibilità di creare le situazioni, di diventare il mezzo con cui la sensibilità moderna parla con il diverso, vedendo sia la dolcezza ed il mistero dell’Altro che la sua grettezza, il suo senso quasi di deforme e d’involuto.

Dal persiano si va all’azero, dal dubbio si va alla comprensione del contesto. Questa non è solo la storia di un mistero che mistero non è ma anche un ragionamento sul cinema. Pasolini era stato già esplicito: <<(…) il cinema non è solo un’esperienza linguistica, ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica>>.

Qui si potrebbero aprire degli squarci pieni di domande: che l’Iran sia per Panahi un mistero? Lui si sente straniero in patria a prescindere dai limiti imposti dalla censura governativa? La vita, con l’impegno ed interesse nelle cose del mondo, dei rapporti, della politica è fino in fondo accostabile ad un film o una continua indagine?

Questo è ciò che è lasciato al pubblico: noi siamo i testimoni privilegiati dell’inchiesta perpetua del regista che è, nonostante la sua tensione libertaria e modernista, estremamente orientale e tradizionale. Nella sua mancanza di scorie e di complessità tecniche, nella sua semplicità e secchezza è un ottimo esempio della tendenza orientale a far congiungere gli opposti col minimo sforzo ed un ricco risultato.

Antonio Canzoniere

 

Rispondi