Antropocene: non è troppo tardi finché non è troppo tardi

Negli ultimi quindici anni il dibattito sul concetto di Antropocene ha guadagnato terreno in moltissimi ambiti e ha coinvolto migliaia di esperti provenienti dai più svariati settori. Ma di che cosa si tratta e perché è così importante?

Pare che il termine risalga a circa la metà del secolo scorso, quando alcuni scienziati sovietici lo avrebbero utilizzato per designare il Quaternario o Neozoico, l’epoca geologica più recente.

L’ecologista Eugene Stormer, più tardi, usò lo stesso termine ma con un’accezione diversa attorno agli anni ’80, ma fu solo nel 2000 che grazie al chimico atmosferico Paul Crutzen il termine guadagnò la popolarità di cui tuttora gode: tra i giornali e gli articoli specializzati è apparso infatti più di 17.000 volte, e il numero è in continua crescita.

Ufficialmente noi tutti viviamo nel cosiddetto “Olocene” (dal Greco antico “Holos”, intero, e “Kainos”, nuovo”), un termine che indica l’epoca geologica successiva al Pleistocene, e più precisamente all’ultimo periodo di glaciazione. Nel 2000, Crutzen e Stoermer proposero l’utilizzo di un termine diverso, Antropocene appunto, per sottolineare il ruolo decisivo dell’uomo sull’ecologia e sulla geologia.

To assign a more specific date to the onset of the “anthropocene” seems somewhat arbitrary, but we propose the latter part of the 18th century, although we are aware that alternative proposals can be made (some may even want to include the entire holocene). However, we choose this date because, during the past two centuries, the global effects of human activities have become clearly noticeable. This is the period when data retrieved from glacial ice cores show the beginning of a growth in the atmospheric concentrations of several “greenhouse gases”, in particular CO2 and CH4. Such a starting date also coincides with James Watt’s invention of the steam engine in 1784.”

Ad oggi – dicembre 2018 – il termine è ancora considerato come una proposta, dato che né la International Commission on Stratigraphy né la International Union of Geological Sciences lo ha ufficialmente approvato per designare una nuova epoca geologica. Negli anni sono state proposte svariate date di inizio per l’epoca, estese su un arco temporale vastissimo, che va dalla Rivoluzione Agricola (12.000 – 15.000 anni fa) all’introduzione del Trinity Test nel 1945. Alcuni consigliano di adottare la decade degli anni ’50 come punto di inizio, perché gli effetti di fallout degli esperimenti nucleari proverebbero indiscutibilmente un intervento umano sul clima e sull’ambiente. Alcuni studiosi sottolineano come l’inizio e l’impatto dell’antropocene abbiano implicazioni così vaste e variabili che sarebbe impossibile definire un’unica data per tutto il globo. Inizialmente, molti geologi si opposero fermamente a questa nuova denominazione, affermando che non esistessero prove inconfutabili a supportarla, ma gradualmente alcuni hanno ammorbidito la loro posizione, concedendo l’uso del termine per sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo all’impatto delle azioni umane sul nostro pianeta.

Se infatti consideriamo le conseguenze dell’agire umano sul pianeta, non ci sono concorrenti a livello geologico: sin dall’inizio delle prime forme di civiltà paleolitiche, l’uomo ha sempre mosso porzioni più o meno estese di terra per costruire mura, villaggi, dighe, utensili. Nel Mesolitico e nell’età del Bronzo le classiche attività di caccia e raccolta lasciarono il posto all’agricoltura e all’allevamento per assecondare i crescenti bisogni di una popolazione in continuo aumento. I villaggi si allargarono quindi nelle prime città attraverso massicci spostamenti di terra per la costruzione di canali, abitazioni, fossati, e quant’altro; nel tardo Mesolitico, la fusione dei metalli spinse gli uomini verso attività minerarie e di forgiatura, e gli individui più abbienti cominciarono a commissionare la costruzione di grandi monumenti funebri, che ovviamente richiedevano massicci interventi sul terreno.

L’invenzione della ruota segnò un’altra pietra miliare nella storia dell’uomo, ed ebbe un inevitabile impatto sulla morfologia del pianeta, nuovamente alterata per far posto alle prime strade: in un periodo di 400 anni, i Romani gettarono la pavimentazione per centinaia di kilometri di strade durante il periodo di splendore del loro impero. Il progresso tecnologico umano proseguì ad un ritmo esponenziale anche durante i secoli – presunti – bui del Medioevo, in cui innovazione in campo dell’agricoltura e dell’utensileria permisero spostamenti di terra sempre maggiori e ad un costo in termini di tempo e fatica sempre minori.

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Il punto di svolta su cui la quasi totalità della comunità scientifica concorda è costituito però dalla prima Rivoluzione Industriale. I nuovi motori a vapore avevano bisogno di carburante, e il carburante designato divenne presto il carbone, una volta che le riserve di legno cominciavano a scarseggiare. In Inghilterra, culla della Rivoluzione, la produzione di carbone aumentò da 50.000 a 3 milioni di tonnellate in soli 150 anni. Infine, quando i motori a combustione interna soppiantarono i motori a vapore, lo spostamento di terra subì una brusca impennata: secondo Roger Hooke, l’attività umana collegata direttamente e indirettamente alla sola agricoltura negli ultimi 5000 anni avrebbe generato una quantità di terra spostata pari ad una montagna alta 4 km, larga 40 e lunga 100.

Il picco spropositato degli ultimi secoli sarebbe dovuto sia ad una popolazione in continuo aumento, sia ad un inarrestabile progresso tecnologico, due fenomeni distinti ma fortemente intrecciati, che non fanno altro che sollevare dubbi sempre maggiori sul futuro del nostro pianeta.

Il dibattito sull’Antropocene ha promosso ricerche da parte di esperti in moltissimi settori per analizzare l’impatto delle attività umane sul nostro pianeta. I risultati sono allarmanti, e lo sono da ormai troppi anni. C’è qualcosa di profondamente contorto nella contraddizione tra il fatto che in molti sono sempre più consapevoli di quello che sta cambiando in negativo sul nostro pianeta e l’apparente menefreghismo da parte dei “piani alti”. Immagini di frane, smottamenti, tsunami, terremoti, inondazioni, incendi sembrano unire punti remoti del globo in modo più efficace delle lingue o del linguaggio dei segni, ma tale senso di impotenza trasversale e transnazionale sembra non bastare per adottare politiche e iniziative drastiche ed urgenti.

Il Protocollo di Kyoto, primo grande esempio di accordo internazionale contro l’emergenza del clima, nacque con un grandissimo e patetico difetto di fabbrica: il trattato si applicava inizialmente solo ai “paesi sviluppati”, intesi come i maggiori responsabili delle emissioni degli ultimi 150 anni. L’etichetta all’epoca non includeva paesi come la Cina e l’India, tra i più popolosi del mondo, che oggi hanno ratificato il protocollo ma che non sono tenuti a diminuire le proprie emissioni nell’ambito dell’accordo in quanto non considerati responsabili delle emissioni nel periodo di rapida industrializzazione occidentale.  Altri paesi non ratificarono il protocollo: tra questi, al limite del ridicolo, figurano gli Stati Uniti, i secondi maggiori produttori di diossido di carbonio a livello mondiale dopo la Cina (inizialmente firmarono durante la presidenza Clinton, ma la successiva presidenza Bush ritirò l’adesione). I restanti paesi avrebbero dovuto attenersi a dei livelli di emissione concordati, ma la mancata osservanza di tali limiti non era regolata da un meccanismo di sanzione efficace, per cui spesso e volentieri gli stati trasgredivano agli impegni presi.

L’Accordo di Parigi del 2015 avrebbe dovuto costituire un passo avanti nella regolazione internazionale dell’inquinamento e dell’impatto sul clima, ma ad un passo avanti – l’inclusione dei paesi in via di sviluppo – ne corrisposero due indietro: non ci sono livelli vincolanti di emissione, ma spetta ad ogni singolo stato stabilire i propri ed attenersi ad essi. Parallelamente a questo, emblematica e fortemente problematica è la campagna pubblica di Trump nel negare il concetto di cambiamento climatico in sé, sminuendolo ad una sorta di complotto di stampo cinese atto a minare l’economia statunitense.

A confermare la tesi che il mondo si regge su paradossi pericolosi è il fatto che la mobilitazione di fondi massicci per avviare politiche di sostenibilità e recupero dell’ambiente sembra un argomento tabù, un qualcosa che ci si può sempre permettere di rimandare, quando invece ad uno schiocco di dita il rubinetto verde viene aperto e miliardi di dollari sgorgano ad innaffiare le banche al minimo segno di cedimento. Si lotta per salvaguardare il prezioso e delicato cristallo dell’economia mondiale, ma si calpesta con scarpe chiodate il pianeta su cui tale cristallo poggia in modo sempre più precario.

Data la sempre più evidente incompatibilità tra capitalismo e sostenibilità, è dura ipotizzare un cambio di rotta sulla questione climatica. La propaganda sull’emergenza climatica resiste, cresce, ma sembra che muri sempre più alti vengano innalzati per contenerla ad ogni ondata più violenta.

L’unica straziante speranza sarebbe forse interrogarci su quale sia il livello tollerabile per una catastrofe ambientale che possa scuotere i governi a livello mondiale ed avviare, in ritardo di forse un secolo, i primi, timidi e vergognosi tentativi di recuperare un pianeta che abbiamo ripetutamente maltrattato e stuprato.

Marco Tumiatti

 


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