Quante volte abbiamo detto “mai più indifferenza”?

Nella stazione centrale di Milano, tra viaggiatori sempre di corsa e treni in ritardo, esiste un angolo nella zona sottostante dedicato alla memoria: il binario 21. Questo binario, non attivo a differenza del suo omonimo funzionante al piano superiore, è il luogo da cui partivano i treni diretti verso i campi di sterminio nazisti, tra il 1943 e il 1945. Da questo luogo partirono circa una ventina di convogli tra cui quello che trasportava la senatrice Liliana Segre, superstite dell’Olocausto e attivista oggi contro ogni forma di odio. Fu proprio lei a proporre la parola INDIFFERENZA sul muro, la quale poteva rappresentare al meglio  il sentimento generale di quel periodo.

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L’indifferenza purtroppo negli anni non è sparita, è diventata magari più velata, ma è la stessa che ha permesso accadessero  tragedie come le guerre civili in Jugoslavia e Ruanda e la morte di centinaia di migliaia di innocenti. Tuttavia, bisogna arrivare ad un estremo prima che le coscienze si risveglino dal loro letargo? Siamo una società costantemente bombardata da immagini, notizie, tweet e messaggi, eppure l’indifferenza sembra essere facilitata da questo flusso inarrestabile.

Viviamo in questo nostro piccolo spazio di mondo, credendo che la nostra verità sia l’unica e distratti percorriamo la nostra esistenza cercando di scontrarci il meno possibile con i  problemi altrui. Piccole storie di ingiustizie e dolore ci passano accanto silenziose ogni giorno, mentre noi probabilmente stiamo prendendo un treno in quella stessa stazione. Quanti sono gli sguardi che evitiamo per paura di cosa potremmo trovare?

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Bauman, sociologo di fama internazionale, al Festival Filosofia ha spiegato come le immagini ci hanno reso assuefatti e distaccati, creando così un’epoca della Globalizzazione dell’Indifferenza. La soluzione per abbattere questo muro, costruito sulle differenze dei popoli, è quello di educare all’etica, al rispetto per se stessi e soprattutto gli altri.


Un mondo capace di connettersi, non solo tramite social network, sembra essere l’unica soluzione per evitare che veramente si ripetano atti di odio incontrollati.

Jovana Kuzman

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